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> LIBERALIZZAZIONE
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DECRETO-LEGGE
SULLA CONCORRENZA, LE LIBERALIZZAZIONI E LE
INFRASTRUTTURE |
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TITOLO I
CONCORRENZA
Capo I
Norme generali
sulle liberalizzazioni
Art. 1
(Liberalizzazione
delle attività economiche e riduzione degli oneri
amministrativi sulle imprese)
1. Fermo restando
quanto previsto dall’art. 3 del decreto legge 13 agosto
2011 n. 138, convertito dalla legge 14 settembre 2011,
n. 148, in attuazione del principio di libertà di
iniziativa economica sancito dall’articolo 41 della
Costituzione e del principio di concorrenza sancito dal
Trattato dell’Unione europea, sono abrogate, dalla data
di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 3 del
presente articolo e secondo le previsioni del presente
articolo:
a) le norme che
prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze,
nulla osta o preventivi atti di assenso
dell’amministrazione comunque denominati per l’avvio di
un’attività economica non giustificati da un interesse
generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con
l’ordinamento comunitario nel rispetto del principio di
proporzionalità;
b) le norme che
pongono divieti e restrizioni alle attività economiche
non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche
perseguite, nonché le disposizioni di pianificazione e
programmazione territoriale o temporale autoritativa con
prevalente finalità economica o prevalente contenuto
economico, che pongono limiti, programmi e controlli
non ragionevoli, ovvero non adeguati ovvero non
proporzionati rispetto alle finalità pubbliche
dichiarate e che in particolare impediscono,
condizionano o ritardano l’avvio di nuove attività
economiche o l’ingresso di nuovi operatori economici
ponendo un trattamento differenziato rispetto agli
operatori già presenti sul mercato, operanti in contesti
e condizioni analoghi, ovvero impediscono, limitano o
condizionano l’offerta di prodotti e servizi al
consumatore, nel tempo nello spazio o nelle modalità,
ovvero alterano le condizioni di piena concorrenza fra
gli operatori economici oppure limitano o condizionano
le tutele dei consumatori nei loro confronti.
2. Le
disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o
condizioni all’accesso ed all’esercizio delle attività
economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate
in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente
proporzionato alle perseguite finalità di interesse
pubblico generale, alla stregua dei principi
costituzionali per i quali l’iniziativa economica
privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza
e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e
futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i
controlli necessari ad evitare possibili danni alla
salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla
dignità umana e possibili contrasti con l’utilità
sociale, con l’ordine pubblico, con il sistema
tributario e con gli obblighi comunitari ed
internazionali della Repubblica.
3. Nel rispetto
delle previsioni di cui ai commi 1 e 2 e secondo i
criteri ed i principi direttivi di cui all’articolo 34
del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito
dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, il Governo è
autorizzato ad adottare entro il 31 dicembre 2012 uno o
più regolamenti, ai sensi dell’art. 17, comma 2, della
legge 23 agosto 1988, n. 400, per individuare le
attività per le quali permane l’atto preventivo di
assenso dell’amministrazione, e disciplinare i requisiti
per l’esercizio delle attività economiche, nonché i
termini e le modalità per l’esercizio dei poteri di
controllo dell’amministrazione, individuando le
disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che,
ai sensi del comma 1, vengono abrogate a decorrere dalla
data di entrata in vigore dei regolamenti stessi.
L’Autorità garante della concorrenza e del mercato rende
parere obbligatorio, nel termine di trenta giorni
decorrenti dalla ricezione degli schemi di regolamento,
anche in merito al rispetto del principio di
proporzionalità. In mancanza del parere nel termine, lo
stesso si intende rilasciato positivamente.
4. Le Regioni, le
Provincie ed i Comuni si adeguano ai principi e alle
regole di cui ai commi 1, 2 e 3 entro il 31 dicembre
2012, fermi restando i poteri sostituitivi dello Stato
ai sensi dell’articolo 120 della Costituzione. A
decorrere dall’anno 2013, il predetto adeguamento
costituisce elemento di valutazione della virtuosità
degli stessi enti ai sensi dell’articolo 20, comma 3,
del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla
legge 15 luglio 2011, n. 111. Le Regioni ad autonomia
speciale e le Provincie di Trento e Bolzano procedono
all’adeguamento secondo le previsioni dei rispettivi
statuti. A tal fine la Presidenza del Consiglio dei
Ministri, nell’ambito dei compiti di cui all’articolo 5,
comunica, entro il termine perentorio del 31 gennaio di
ciascun anno, al Ministero dell’economia e delle finanze
gli enti che hanno provveduto all’applicazione delle
procedure previste dal presente articolo. In caso di
mancata comunicazione entro il termine di cui al periodo
precedente, si prescinde dal predetto elemento di
valutazione della virtuosità.
5. Sono esclusi
dall’ambito di applicazione del presente articolo i
servizi di trasporto di persone e cose su autoveicoli
non di linea, i servizi finanziari come definiti
dall’articolo 4 del decreto legislativo 26 marzo 2010,
n. 59 e i servizi di comunicazione come definiti
dall’art. 5 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n.
59, di attuazione della direttiva 2006/ 123/CE relativa
ai servizi nel mercato interno, e le attività
specificamente sottoposte a regolazione e vigilanza di
apposita autorità indipendente.
Capo VII
Trasporti
Art. 36
(Regolazione
indipendente in materia di trasporti)
1. In attesa
dell’istituzione di una specifica autorità indipendente
di regolazione dei trasporti, per la quale il Governo
presenta entro tre mesi dalla conversione del presente
decreto un apposito disegno di legge, all’articolo 37
del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito
dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, sono apportate le
seguenti modificazioni:
a) i commi 1 e 2
sono sostituiti dai seguenti:
“1. Oltre alle
funzioni trasferite ai sensi dell’art. 21, comma 19, a
decorrere dal 30 giugno 2012 all’Autorità per l’energia
elettrica ed il gas, di cui all’art. 2, comma 1 della
legge 14 novembre 1995, n. 481, sono attribuite, sino
all’istituzione della Autorità di regolazione dei
trasporti, le funzioni previste dal presente articolo,
ferme restando le competenze previste dalla vigente
normativa.
2. L’Autorità è
competente nel settore dei trasporti e dell’accesso alle
relative infrastrutture ed in particolare provvede:
....
8) con
particolare riferimento al servizio taxi, ad adeguare i
livelli di offerta del servizio taxi, delle tariffe e
della qualità delle prestazioni alle esigenze dei
diversi contesti urbani, secondo i criteri di
ragionevolezza e proporzionalità, allo scopo di
garantire il diritto di mobilità degli utenti nel
rispetto dei seguenti principi:
a) l’incremento
del numero delle licenze, ove ritenuto necessario anche
in base a un’analisi per confronto nell’ambito di realtà
comunitarie comparabili, a seguito di istruttoria sui
costi-benefici anche ambientali e sentiti i sindaci,
è accompagnato da adeguate compensazioni da
corrispondere una tantum a favore di coloro che già sono
titolari di licenza o utilizzando gli introiti derivanti
dalla messa all’asta delle nuove licenze, oppure
attribuendole a chi già le detiene, con facoltà di
vendita o affitto, in un termine congruo oppure
attraverso altre adeguate modalità;
b) consentire ai
titolari di licenza la possibilità di essere sostituiti
alla guida da chiunque abbia i requisiti di
professionalità e moralità richiesti dalla normativa
vigente;
c) prevedere la
possibilità di rilasciare licenze part-time
e di consentire ai titolari di licenza una maggiore
flessibilità nella determinazione degli orari di lavoro,
salvo l’obbligo di garanzia di un servizio minimo per
ciascuna ora del giorno;
d) consentire ai
possessori di licenza di esercitare la propria attività
anche al di fuori dell’area per la quale sono state
originariamente rilasciate previo assenso dei sindaci
interessati e a seguito dell’istruttoria di cui alla
lettera a);
e) consentire una
maggiore libertà nell’organizzazione del servizio così
da poter sviluppare nuovi servizi integrativi come, a
esempio, il taxi a uso collettivo o altre forme;
f) consentire una
maggiore libertà nella fissazione delle tariffe, la
possibilità di una loro corretta e trasparente
pubblicizzazione, fermo restando la determinazione
autoritativa di quelle massime a tutela dei
consumatori”;
b) al comma 3,
dopo la virgola, sono soppresse le parole “individuata
ai sensi del medesimo comma”;
c) al comma 5,
sono soppresse le parole “individuata ai sensi del comma
2”;
d) al comma 6,
lettera a), sono soppresse le parole “individuata dal
comma 2”;
e) dopo il comma
6 è aggiunto il seguente comma:
“7) L’Autorità
può avvalersi di un contingente aggiuntivo di personale,
complessivamente non superiore alle ottanta unità
comandate da altre pubbliche amministrazioni.”
2. All’articolo
36, comma 2, lettera e) del decreto-legge 6 luglio 2011,
n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15
luglio 2011, n.111, sono aggiunte le seguenti parole:
“secondo i criteri e le metodologie stabiliti dalla
competente Autorità di regolazione, alla quale è
demandata la loro successiva approvazione”.
UN GOVERNO CHE NON
RISPETTA LA COSTITUZIONE, PUO' ESSERE CONSIDERATO
EVERSIVO? |
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EMENDAMENTI |
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emendamento 36.53 85 KB

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COMUNICAZIONI
SINDACALI |
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ROBERTO
CASSIGOLI, CGIL FIRENZE
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Si è
tenuta una riunione dell’Ufficio Nazionale di Presidenza
di UNICA Taxi CGIL il quale ha discusso notizie che
stanno pervenendo da persone informate circa
l’evoluzione della discussione in Commissione Industria
Senato relativamente al tentativo del raggiungimento di
un’ipotesi di accordo tra i membri della medesima sulla
materia taxi.
Le
notizie pervenute segnalano che tale tentativo è
fortemente inquinato dalle pressioni di imprese e
cooperative del settore che cercano di conquistarsi un
proprio spazio nel complesso delle licenze ed
autorizzazioni.
L’Ufficio Nazionale di Presidenza di UNICA Taxi CGIL nel
richiamare le intese raggiunte unitariamente in sede di
Parlamentino Taxi chiama alla più grande vigilanza ed
iniziativa per sventare questo tipo di manovre che
assomigliano a un vero e proprio baratto
Roma 16
febbraio 2012
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COMUNICATO ALLA CATEGORIA
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Firenze 01 febbraio 2012
Oggi si è riunito il parlamentino della categoria. Dopo
ampia e motivata discussione che ha visto la
partecipazione costruttiva di tutti i presenti, è stato
nominato un gruppo ristretto di lavoro che ha
predisposto uno schema di emendamento da proporre al
Parlamento nella fase di conversione in legge del D.L. N
1 del 24 gennaio 2012. Nello schema di emendamento,
condiviso da tutte le sigle sindacali, sono stati
esaminati gli aspetti più critici, temperando le
possibili conseguenze negative, sia per quanto riguarda
i titolari di licenza che per quanto riguarda l'utenza
in termini di peggioramento del servizio.
Le OO.SS. nazionali di categoria
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COMUNICATO NAZIONALE - “PARTITO IL CONFRONTO CON LE
FORZE POLITICHE”
- 25 gennaio 2012
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Le Organizzazioni
sindacali nazionali e le associazioni del settore taxi
hanno incontrato nella giornata di ieri i rappresentanti
dei Gruppi parlamentari del PDL, PD, Terzo Polo, Lega
Nord, e Italia dei Valori.
Negli incontri
sono state illustrate le ragionevoli richieste avanzate
dalla categoria tendenti a modificare il testo del
decreto.
Le delegazioni
dei gruppi parlamentari hanno assicurato ampia
disponibilità ad analizzare, discutere ed eventualmente
a modificare attraverso i lavori delle commissioni
parlamentari il testo che verrà pubblicato nella
gazzetta ufficiale.
Appena pubblicato
il testo e assegnato alle Commissioni competenti le
Organizzazioni sindacali nazionali e le associazioni del
settore taxi chiederanno le audizioni per rappresentare,
anche in fase di discussione del provvedimento approvato
dal Governo, le proposte di modifica al testo che dovrà
essere convertito in legge entro 60 gg. a partire dal 24
gennaio 2012.
Le Organizzazioni
Sindacali e le Associazioni inizieranno nei prossimi
giorni una campagna informativa su tutto il territorio
nazionale mettendo al corrente la Categoria, l’opinione
pubblica, tutte le forze sociali e politiche in merito
alle ragioni delle nostre proposte.
Altresì si
sollecitano tutti gli operatori alla massima vigilanza e
impegno in direzione della sensibilizzazione delle
Istituzioni, forze politiche e verso l’utenza, su tutto
il territorio nazionale.
In questa fase,
pur permanendo lo stato di agitazione della Categoria,
si invitano i tassisti di mantenere un basso profilo
nell’espressioni di disagio e disaccordo rispetto alle
decisioni del Governo, per permettere alle
Organizzazioni Sindacali attraverso un confronto, magari
aspro, con il Parlamento di raggiungere l’obiettivo di
salvaguardare il nostro lavoro.
Le Organizzazioni
Nazionali di Categoria
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TAXI: SINDACATI, "DIFFICILE FIDUCIA A DECRETO" -
24 gennaio 2012
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(AGI) Roma - "Difficilmente sarà posta la fiducia sul
decreto liberalizzazioni". I rappresentanti sindacali
dei tassisti escono con questa convinzione dal lungo
giro di consultazioni con i partiti. Le 23 sigle
sindacali, provenienti da Roma, Milano, Napoli e
Bologna, sono state ricevute oggi, in sequenza, da Pd,
Terzo Polo, Lega e Idv, dopo l'incontro avuto ieri con
il Pdl. L'impressione e' "incoraggiante", gli incontri
sono stati "positivi", riferiscono. Per poi aggiungere
che "la norma che istituisce l'Authority non convince
nessuno. Ci sono dubbi sulle sue competenze che
andrebbero a sovrapporsi a quelle dei sindaci", in
particolare sul rilascio delle licenze.
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URITAXI: DA PD ATTENZIONE A NOSTRE PERPLESSITA' -
24 gennaio 2012
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L'incontro e' stato positivo, dal Pd abbiamo avuto una
particolare attenzione alle nostre perplessita' in
relazione al testo del provvedimento del governo'. Lo
afferma Loreno Bittarelli, presidente di Uritaxi,
uscendo dall'incontro con alcuni esponenti del Pd
nazionale. 'Ieri - aggiunge - dalle dichiarazioni di
Catricala' abbiamo capito che il part time non
comporterebbe una licenza aggiuntiva ma la stessa da
concedere a un'altra persona per effettuare turni
aggiuntivi. Per il pd, inoltre, come per noi, va rivista
anche la questione della doppia licenza compensativa.
Sul ruolo dell'authority attendiamo le osservazioni del
presidente della repubblica Giorgio Napolitano in merito
ai principi di incostituzionalita' che abbiamo
sollevato.
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AVVIATO CONFRONTO
POLITICO - 23 gennaio 2012
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Una rappresentanza delle organizzazioni nazionali del
settore taxi, ha avviato il percorso di confronto con
tutte le forze politiche del parlamento per valutare la
possibilità di modificare il testo del decreto, così
come approvato dal CdM, ma non ancora promulgato. Alcune
nostre richieste sono state già recepite nel testo del
governo, come l'aver scongiurato l'industrializzazione
del settore con l'ingresso delle società di capitale
attraverso il cumulo delle licenze. Sembrerebbe sia
stata anche precisata l'operatività territoriale delle
licenze. Nel testo del decreto rimangono, però, altre
cose da chiarire, come ad esempio le funzioni e
competenze dell'authority, le doppie licenze
compensative e quelle part-time. Chiediamo, inoltre, che
nel testo definitivo del decreto venga rispettato il
ruolo dei sindaci nelle scelte sul trasporto pubblico
locale. In attesa dell'esito delle consultazioni con i
gruppi parlamentari e delle Audizioni delle varie
Commissioni, invitiamo tutti i colleghi a riprendere
regolarmente il servizio, fermo restando che le
organizzazioni sindacali vigileranno con attenzione
durante tutto l'iter parlamentare del decreto e in caso
di necessità chiameranno, di nuovo alla lotta, tutti i
tassisti d'Italia in difesa delle loro ragioni per un
servizio sempre migliore per l'utenza. Domani sarà
convocata, con urgenza, una riunione del parlamentino
taxi nazionale, per discutere e definire unitariamente
le eventuali forme di pressione e di protesta da
adottare».
Ciisa-taxi, Uritaxi, Unica Cgil, Uri, Claai, Fit Cisl,
Uti.
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NO, SENZA SE E SENZA MA ALLA LIBERALIZZAZIONE DEL
SERVIZIO TAXI
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Il “ Parlamentino Taxi”,
si è riunito oggi a Roma c/o la sede della C.N.A.
Nazionale, alla presenza di tutte le Organizzazioni
Nazionali di Categoria.
Nella mattinata è stata acquisita la certezza che sono
stati presentati alcuni emendamenti all’art. 34, a tal
fine sono stati sensibilizzati i parlamentari delle
commissioni di riferimento (Bilancio e Finanze)
affinché il trasporto (art. 6 Decreto 59/2010) venga
escluso dall’ambito delle liberalizzazioni.
L’incontro odierno è stato utile per definire lo stato
dell’arte e compattare ulteriormente l’intero mondo del
servizio taxi intorno ad un fondamentale tema: la
liberalizzazione del servizio pubblico non di linea non
serve al Paese.
Non sempre le liberalizzazioni portano i benefici
sperati ed oggi, per il rilancio dell’economia, appaiono
molto più cogenti quelle relative all’eliminazioni dei
monopoli su carburanti, assicurazioni ed utilities che
interessano non solo le imprese ma anche i cittadini
tutti.
Non ci sono posizioni precostituite o pregiudiziali ma
sarebbe limitativo e penalizzante superare l’ambito
europeo della discussione.
Tutto ciò premesso si evidenzia:
LIBERALIZZAZIONE E
DE-REGOLAMENTAZIONE
Un provvedimento di questa natura appare non valorizzato
dalle competenze tecniche specifiche riferite
all’attività di servizio pubblico che devono vedere il
ruolo determinante del Ministero di riferimento
(Trasporti e Infrastrutture).
Il provvedimento, disancorando il territorio dagli
operatori che svolgono un servizio pubblico, ha la non
prevista conseguenza di concentrarlo nelle aree del
Paese e nei punti di interscambio più remunerativi e
renderlo rarefatto in aree svantaggiate o dove è minore
la presenza di altre modalità di trasporto atte ad
usufruire di un diritto costituzionalmente garantito.
SI, ALL’ORDINAMENTO EUROPEO
COME MODELLO DI RIFERIMENTO
Solo attraverso la comparazione europea si può pensare
ed ipotizzare un nuovo modello, il quale senza
destrutturare l’esistente mantenga la parte migliore del
sistema con il fine di elevare qualità e quantità del
servizio, acquisendo le esperienze migliori e non
rincorrendo posizioni polarizzate che rischiano di avere
effetti indesiderati come è avvenuto ed è dimostrato in
altri paesi europei.
SI, ALLE NORME EUROPEE
APPLICATE NEGLI STATI MEMBRI
Nel Dlgs. 59/2010 all’art. 2 comma 3 si consente agli
Stati membri interventi meramente ricognitivi rispetto
alle attività escluse dalla abrogazione delle
restrizioni previste dall’Ordinamento Europeo.
Interventi innovativi rispetto alla situazione
preesistente come quello previsto dall’art. 34 del
decreto legge 201/2011 non sembrano ricognitivi. Per
questa ragione l’esclusione del settore taxi dalle norme
di attuazione previste dalla direttiva 2006/123 CE
all’art. 6 sono inderogabili, salva la disponibilità ad
iniziare un processo di nuova regolazione alla quale il
precedente Governo ha dimostrato di non credere,
disattendendo l’apertura al dialogo ed al confronto
sulla base del servizio pubblico svolto,
responsabilmente dimostrata dalle imprese rappresentate.
SI, ALL’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
Il Modello italiano risulta non dissimile da quanto
esistente in Europa.
Il sistema italiano, come in Europa, è basato ed è qui
rappresentato dai titolari di impresa (mondo artigiano e
del lavoro autonomo), dai rappresentanti dei
dipendenti/titolari (confederazioni dei lavoratori) e
dai rappresentanti della Cooperazione/Centrali Radiotaxi
(Organismi economici).
Tale modello con
le sue peculiarità è in grado di creare:
1. occupazione (giovanile, femminile, lavoratori in
esubero),
2. sviluppo (diversificazione dei servizi, nuove
possibilità di modalità per l’utenza ecc.) con
incremento del PIL e della produttività,
3. attraverso la mutualità intrinseca degli organismi
economici un innalzamento del livello qualitativo dei
servizi, maggiore integrazione ed economie di scala.
Obiettivi questi che vanno tutti nell’interesse
dell’Italia e contribuiscono alla risoluzione delle
anomalie che al paese vengono contestate.
NO,
A DELETERIE CONSEGUENZE SUL PIANO DELLE ENTRATE
In modo meramente dichiarativo il provvedimento è
individuato come senza costo per le entrate dello Stato.
Deregolamentare in tale modo il settore provoca la non
prevista conseguenza di diminuire il gettito sia in
termini di imposte sul lavoro sia di tassazione sul
regime delle cessioni del patrimonio aziendale.
Tale considerazione deriva dalla constatazione di quanto
avvenuto in altre realtà europee e come soprattutto
evidenziato dai consiglieri giuridici del Senato della
Repubblica in fase di esame dei precedenti provvedimenti
che hanno interessato il settore.
L’emendamento proposto ha il pregio di non disperdere
quanto qui delineato ed in prospettiva consentire una
programmazione dell’attività di servizio lavoro dal
quale non possiamo sottrarci in ragione del particolare
periodo che attraversa il paese e l’Europa.
La scelta europea che sottende anche questo
provvedimento oggi all’esame del Parlamento, ci da la
ragionevole speranza che possa essere accolto
l’emendamento per evitare che una categoria di cittadini
debba subire da questo provvedimento non solo gli
effetti stabiliti sul piano generale, ma anche quelli
specifici dell’art. 34.
Quest’ultimi (art. 34) mettono in dubbio non solo il
lavoro ma la stessa esistenza di cittadini che
attraverso la perdita del lavoro e dei sostanziali
sacrifici connessi alla patrimonializzazione già
effettuata, perdono la propria dignità e consapevolezza
di poter contribuire in maniera efficace a far si che il
paese riprenda il suo ruolo storicamente riconosciuto
nella Comunità Europea.
ACAI/TAM
– ANCST/LegaCoop – ASA Taxi – ARAT Sicilia – ATA/CASARTIGIANI
– CIISA Taxi - CNA FITA – FIT/CISL – CLAAI -
CONFARTIGIANATO/Taxi – FEDERLAVORO/CCI – FEDERTAXI/CISAL
– S.A.Ta.M./ C.N.A. – SITAN ATN – UGL TAXI – UIL
Trasporti – UNCI – UNICA TAXI/CGIL – UNIMPRESA – U.R.I.
– URITAXI – FAST – USB Trasporti Taxi – UTI
Roma, 9 dicembre 2011
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RIFLESSIONI |
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PIERLUIGI MAGNASCHI - CHI È CHE HA DESCRITTO I TAXISTI
COME DELLE PIOVRE?
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Si dice spesso che l'Italia è un paese intraducibile
all'estero. Nel senso che non è spiegabile a gente
normo-dotata che vive oltre il nostro confine. Una delle
cose paradossali e inspiegabili, ad esempio, è
sicuramente la crociata contro i tassisti che, se è
divampata anche in questi giorni, non è certo scoppiata
solo in queste settimane ma va avanti da almeno un
decennio (e già questo la dice lunga su questo amato ma
anche assolutamente inspiegabile Paese). Sarebbe bello
sapere chi è stato il primo che ha gridato all'untore al
tassista. Forse è stato un deputato o un funzionario del
parlamento che aveva avuto un diverbio con un tassista o
che aveva dovuto aspettare troppo una corsa (magari
perché il centro di Roma, come capita un giorno sì e
l'altro pure, era bloccato da qualche manifestazione
sindacale o politica che, ovviamente, deve essere
autorizzata nelle vie che mandano in tilt l'intero
centro dell'urbe; altrimenti che soddisfazione ci
sarebbe). Sta di fatto che i taxisti sono stati
trasformati nel fusibile dell'intero sistema politico
sociale. Già anni fa, i taxisti erano finiti nella
famosa (e inconclusa) lenzuolata predisposta dall'allora
ministro dell'industria (e oggi segretario del Pd) Pier
Luigi Bersani. Per capire che i tassisti non siano
responsabili del disastro economico del paese, né che,
bastonandoli, si riesce a raddrizzare la baracca che ha
ben altre zavorre nella sua stiva, basta guardarli in tv
mentre protestano. Sono dei lavoratori, dei lavoratori
veri, anche se la Triplice sindacale non li riconosce
come tali. Forse perché lavorano troppo: 320 giorni
l'anno. O forse perché, quando si ammalano, non
guadagnano nulla. O forse ancora perché hanno orari di
lavoro che vengono fissati da altri e non tengono conto,
non solo dei giorni festivi, ma nemmeno delle notti. O
forse perché, al contrario di dipendenti pubblici che,
dopo qualche anno sulla strada, ottengono di poter
lavorare in ufficio, loro, i taxisti, sulla strada ci
rimangono fino al momento in cui andranno in pensione,
sciatica o no che, com'è noto, è solo un affare loro. In
effetti, i taxisti sono, per la Cgil, (e un po' meno per
Cisl e Uil) un cattivo esempio. Sono colpevoli di
laboriosità e di dedizione. Vanno isolati, puniti,
tartassati, isolati. Questa demonizzazione della
categoria ha finito per far emergere, fra i taxisti, i
peggiori, quelli più esagitati, più oltranzisti, meno
affidabili. Gente specializzata, non a trattare, ma a
far saltare il tavolo. Che poi sono quelli che non hanno
accettato il rinvio, ragionevole, di parte del governo,
a una futura definizione da parte di un Authority del
conflitto esistente.
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TAXI, IL CAMPIDOGLIO SPINGE PERCHÉ LA GESTIONE RIMANGA
AI COMUNI
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La gestione dei taxi deve rimanere ai comuni. Gianni
Alemanno torna a parlare delle liberalizzazioni che
hanno colpito il settore delle auto bianche e si schiera
ancora una volta con le richieste dei conducenti.
«Penso che per quanto riguarda la gestione dei taxi,
essendo un trasporto pubblico locale non di linea, se ne
debbano occupare le amministrazioni comunali – dice il
primo cittadino a Maria Latella, su SkyTg24 – I comuni
non possono essere espropriati di questi diritti. Ci
sono troppe cose che anche questo governo sta facendo
contro i comuni che sono inaccettabili. Attenzione
perché andiamo alla Corte Costituzionale se si continua
così». «Ci sarà un confronto – ha aggiunto -, lo abbiamo
richiesto a Monti. Noi dobbiamo difendere le autonomie
locali, perché sono garantite dalla Costituzione».
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BEPPE GRILLO - IO STO CON I TASSISTI
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l lavoro in Italia si compra. La licenza di un taxi è un
investimento. Può valere dai 100.000 ai 200.000 euro.
Non si possono cancellare i risparmi di una vita con un
decreto, con la parola "liberalizzazione". Che
significato ha poi questa parola? Liberi dai tassisti?
Liberi da cosa? La situazione italiana è gravissima, per
dirla alla Draghi, e la priorità è diventato il taxi?
Chi guida un taxi può essere un impiegato licenziato che
ha investito il suo Tfr, un padre che ha comprato la
licenza per dare un futuro al figlio. Se si vuole
liberalizzare, in modo che chiunque possa diventare
tassista, vanno prima rimborsati. Oggi vengono a
prendere i tassisti, domani i notai, dopodomani i
farmacisti, la settimana prossima i fruttivendoli.
L'unica categoria che non vanno mai a prendere è quella
dei politici. I responsabili della catastrofe che tutto
giustifica, che sta azzerando ogni diritto, guardano
dall'alto la bolgia infernale che sta diventando
l'Italia. Tutti contro tutti e loro sopra a ogni cosa.
Suonano l'arpa come Nerone mentre il Paese brucia, da
Sud a Nord. La caccia all'untore, alla singola categoria
sociale, è iniziata. Una battuta dopo l'altra con i
media a demonizzare i redditi dei tassisti o degli
avvocati. I tassisti ricchi sono rari come i politici
onesti. E' un lavoro che si sono comprati con i loro
soldi, non attraverso raccomandazioni, conoscenze,
leccate di culo. La loro reazione, che può apparire
esagerata, incomprensibile "Ma cosa vogliono questi
tassisti?" è dettata dal baratro della povertà che gli
si spalanca davanti. Il mutuo da pagare, la retta della
scuola dei figli. Questo governissimo, sostenuto da Pdl
e Pdmenoelle all'unisono, non ha il senso della realtà.
Vive in un universo dove i diritti dei cittadini e i
doveri delle Istituzioni sono teorie astratte. Pezzi di
lego da montare e smontare a piacere. Un'immagine
descrive la situazione. Cacciari viene insultato a
Genova per strada dai tassisti, si sorprende e chiede
"Ma che vi ho fatto io?" con la mano. Già, che
responsabilità hanno i politici? Viviamo ormai alla
giornata, non siamo in guerra, ma è come se lo fossimo.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi
neppure, ci vediamo in Parlamento se non fanno una legge
elettorale per impedirlo.
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DI PIETRO: I TASSISTI POVERI CRISTI - 19 gennaio 2012
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”Ci aspettiamo che il governo domani abbia coraggio e
con coraggio non si lasci condizionare dalle pressioni
delle lobby che può ricevere specialmente per quanto
riguarda le liberalizzazioni significative che non sono
certo quelle dei taxi”. Lo afferma il leader dell’Idv,
Antonio Di Pietro, in conferenza stampa a Montecitorio
dopo aver incontrato il ministro dello Sviluppo
economico, Corrado Passera. ”Non ci voleva una grande
intuizione per comprendere che le liberalizzazioni più
importanti sono quelle assicurative, del sistema
bancario e dei trasporti, non certo le liberalizzazioni
selvagge dei poveri cristi”, conclude Di Pietro. |
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Chiaro, più semplice liberalizzare quei poveri cristi
dei noleggiatori.
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D’ALEMA: “IL SISTEMA DELLE LICENZE TAXI È MEDIEVALE”
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ROMA – ''Il sistema della compravendita delle licenze
per il servizio pubblico dei taxi e' un dato
medievale''. E' questo il giudizio espresso da Massimo
D'Alema che ha partecipato ad un convegno organizzato
dal Pd del Lazio. ''I tassisti – ha aggiunto il
presidente del Copasir – mi sono simpatici e non
partecipo alla loro criminalizzazione. Loro pensano che
avendo pagato la licenza e' di loro proprieta'. Ma il
servizio pubblico non si puo' comprare al mercato nero.
Troviamo dei sistemi per indennizzare i tassisti. Ma
loro debbono capire che le licenze sono pubbliche e
quando si finisce di lavorare la licenza deve tornare
all'ente che le ha rilasciate perche' vengano assegnate
ad altre persone''. Secondo D'Alema nel campo delle
liberalizzazioni ''il governo si sta muovendo nella
direzione giusta, che del resto era gia' stata indicata
dal centrosinistra. Il problema e' che non si puo'
andare avanti con i bastoni ma ci vuole grande fermezza
cercando anche il consenso sociale. Del resto anche noi
abbiamo incontrato seri problemi in questo campo''. |
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D'Alemaaaa!!! Dì qualcosa di sinistraaaaaa!!!!
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CAMUSSO: IL RIGORE NON BASTA, PUNTARE SULL'OCCUPAZIONE
Secondo il leader della Cgil il governo "si confronta
poco con il mondo reale".
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Roma, 17 gen. (TMNews) - Susanna Camusso, segretario
della Cgil, dà una pagella severa al governo Monti, in
un'intervista a Il Messaggero. "Voto alto in educazione
civica, basso in condotta" esordisce, concedendo che a
Palazzo Chigi ci sono "professori di grande personalità,
il cui vero deficit - aggiunge - è quello di
confrontarsi poco con il mondo reale". Cgil, Cisl e Uil
hanno preparato un pacchetto unitario di richieste, e la
Camusso spera "che si possa definire una piattaforma
unitaria" per il confronto col governo. Ma, sottolinea,
se "l'esecutivo intende affrontare i problemi come ha
fatto con le pensioni, farà solo danni ai lavoratori. Se
non si cominciano a dare risposte sull'ccupazione, non
se ne esce. La linea del solo rigore non ci porterà
fuori dal guado".
Susanna Camusso interviene anche sulle liberalizzazioni.
Il governo
"dovrebbe prendere l'abitudine a discutere con i
soggetti più significativi". Per quanto riguarda i
tassisti, aggiunge che "se tu intraprendi un'attività
che presuppone un forte investimento iniziale, non puoi
deprezzarla. Ci sono persone che hanno speso soldi per
acquistare le licenze".
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UNICA TAXI MILANO
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Signor premier, ma
perché non prova a scendere qui, tra la gente? Per una
volta faccia tardi a Messa, lasci il loden a palazzo
Chigi e vedrà che si diverte: un buon pranzo, vino, una
briscola e qualche chiacchiera. Lì a Roma, o dove le
pare, si mischi con quelli che fanno spesa al mercato,
che oggi, malgrado tutto e malgrado il suo governo,
attendono Natale per qualche ora in famiglia e per
inflazionarsi il colesterolo. Tutta questa umanità che
sta ogni giorno in strada, venga a guardarsela. Siamo
giovani e siamo vecchi. Siamo tassisti e operai e
impiegati e falegnami e scrittori falliti e puttane.
Siamo italiani e filippini, senegalesi, albanesi,
egiziani e di mille colori. Siamo allegri e tristi.
Pieni di problemi e pieni di speranza. Siamo carne viva,
signor Presidente. Li lasci lì da soli, i suoi colleghi
dei ministeri. Per arrivare alla Bocconi faccia il giro
lungo, Presidente, e magari parta col 15 da Gratosoglio.
Arrivato in porta Lodovica avrà scoperto un piccolo
pezzo di mondo. Respiri i nostri odori e per una volta
provi a lasciare le risposte a Giavazzi & Alesina. Lei
si faccia domande. Qui, signor Presidente, non abbiamo
troppi master, dottorati e lauree. A volte non sappiamo
nemmeno da che parte girarci per stare al mondo e ogni
mattina è una scommessa contro le difficoltà della
giornata. Eppure la sera in qualche modo arriva e noi
eccoci lì, con un amore, gli amici e quel che poco che
abbiamo capito. A dirci che la fatica è tanta, ma che
certe giornate sono proprio belle. Venga, Presidente,
che qualche suggerimento possiamo darlo anche noi che
non abbiamo banche, industrie, giornali. Se poi non si
convince, potrà sempre raccontare a Giavazzi "che strani
animali ha incontrato per la strada."
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MA QUALI TAXI E FARMACIE GAS, BENZINA E BANCHE: ECCO DA
DOVE INIZIARE
- 12 gennaio 2012
Sono questi i beni e servizi che costano centinaia di
euro l’anno alle tasche degli italiani. Taxi e farmaci
in fondo alla classifica. Tassisti in sciopero il 23
gennaio
di Laura Verlicchi
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Il governo Monti annuncia «ampie liberalizzazioni», «una
vera bomba», secondo un ministro. E intanto si scopre
che taxi e farmaci sono in coda nella classifica della
spesa media degli italiani.
Che, invece, vede al primo posto carburanti ed energia
elettrica, seguiti a ruota dai servizi finanziari e
dalle assicurazioni: si dovrebbe piuttosto cominciare da
qui, se si vuole davvero dare una mano alle famiglie e,
perchè no, alle imprese. Lo pensiamo in molti, e ora la
Cgia di Mestre lo documenta con numeri inequivocabili.
Così scopriamo
che nel bilancio di una famiglia italiana alla voce
«taxi» corrispondono 48 euro all’anno, pari allo 0,2% su
una spesa media - calcolata sull’ultimo triennio, dal
2008 al 2010 - di quasi trentamila euro. Poco di
più - lo 0,4% - è la spesa per i farmaci di fascia C
(quelli con ricetta a pagamento): 108 euro all’anno.
Ben altre cifre troviamo invece al capitolo energia. Per
il gas la spesa media annua è pari a 986 euro (3,3% del
totale), per l’energia elettrica il costo è pari a 588
euro (2%), mentre i carburanti - benzina, gasolio per
autotrazione, gas-metano - incidono sui bilanci di una
famiglia media italiana per un importo pari addirittura
a 897 euro, ovvero il 3% della spesa totale annua.
E qui tocchiamo un altro tasto dolente: il caro-auto. Su
cui gravano molti fattori, oltre al carburante: di tutto
rispetto, in particolare, il peso delle Rc auto sui
portafogli delle famiglie italiane, ben 522 euro l’anno,
pari all’1,8% della spesa media.
Il cahier de doléances non è ancora concluso: c’è ancora
il capitolo dei servizi bancari, che costano mediamente
260 euro l’anno, quasi l’1% del totale.
Cifre che appaiono particolarmente onerose, tanto più
perchè - fa notare la Cgia di Mestre - banche e
assicurazioni già da qualche decennio sono stati oggetto
delle prime ondate di liberalizzazioni che, purtroppo,
non hanno dato luogo a nessun vantaggio economico per i
consumatori.
Diverso il caso dei carburanti e in generale dei
prodotti energetici, che risentono del costo delle
materie prime (petrolio e gas), del forte livello di
tassazione, nonché dell’andamento del tasso di cambio
euro/dollaro. Tuttavia, per la Cgia è doveroso iniziare
l’azione di deregolamentazione proprio da questi
settori, «attaccando» i potentati economici che
controllano queste realtà. «Noi crediamo che i settori
che devono subire per primi una decisa liberalizzazione
- commenta Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di
Mestre - siano quelli che maggiormente gravano sui
bilanci delle famiglie italiane che, guarda caso, sono
quasi gli stessi che interessano anche le imprese.
Invece, ci pare di capire che i primi ad essere
interessati saranno i taxi e i farmaci di fascia C che,
invece, pesano molto poco sulle tasche delle famiglie
italiane: 48 euro l’anno i primi, 126 euro l’anno i
secondi. Perché, invece, il governo Monti vuole iniziare
le liberalizzazioni proprio da questi ultimi?»
Ma nella classifica delle spese italiane pesano anche le
tariffe dei servizi pubblici. La spesa per i rifiuti
vale mediamente 208 euro all’anno, cioè lo 0,7% del
totale: più o meno quanto incide la distribuzione
dell'acqua potabile (193 euro), e poco più del trasporto
pubblico locale, 167 euro, pari allo 0,6 per cento.
Quasi a fondo classifica, infine, la spesa per i
trasporti ferroviari: 98 euro, 0,3 per cento. Non
proprio trascurabile, invece, la voce «onorari dei
liberi professionisti», per i quali gli italiani
sborsano 213 euro l’anno.
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ALESSANDRO NORDIO -
L'ESPRESSO - 5 gennaio 2012
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Alessandro Nordio,
presidente dei taxisti di Confartigianato, a questo
punto rilancia:
"Invece di parlare di liberalizzazioni inutili, un
governo di tecnici potrebbe sperimentare una seria
integrazione dei taxi nel trasporto pubblico, seguendo
il modello di Modena. Che senso ha sprecare soldi
pubblici per bus notturni con pochissimi viaggiatori,
quando un taxi convenzionato può garantire un servizio
migliore a costi molto inferiori?".
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Alessandro Nordio, presidente Confartigianato taxi
veneto,
presidente
radiotaxiveneto primo esempio di consorzio
regionale tra imprese taxi e ncc in Italia, facente parte della
cgia di Mestre. |
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NORDIO: "MERCATO TAXI NON PIU' A SOLA LICENZA"Martedì,
24 gennaio, 2012 - 13:52
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Servizio quasi regolare in Veneto per il servizio taxi
aderente a Confartigianato e Cna in occasione dello
sciopero nazionale di categoria.
Si registrano defezioni solo a Padova, per una
cooperativa, e a Verona per alcune auto bianche.
A Padova tutte le auto ferme nel piazzale della stazione
sono in sciopero, i taxi hanno sfilato per protesta in
Prato della Valle.
Impossibile prendere la linea. La mancata
partecipazione dello sciopero in massa è dovuta al fatto
che da tempo i tassisti veneti hanno avviato accordi
tali da rendere unico il sistema del trasporto su tutta
la regione.
Confartigianato e Cna, sotto l'egida della Regione,
hanno avviato il servizio unico di trasporta taxi
regionale di fatto anticipando alcuni aspetti delle
liberalizzazioni.
«Siamo in stato di agitazione - rileva Alessandro Nordio,
leader dei tassisti della Confartigianato - ma disposti
al confronto per un accesso al mercato non più
incentrato alla sola licenza».
Per Nordio bisogna tener presenti le diverse realtà con
il 54%dei taxi concentrati su Milano (5.000) e Roma
(7.500) quando nelle regioni, fatta eccezione di
Lombardia e Lazio, si passa da un minimo di 200 a un
massimo di 1.200 unità con, per il Veneto, 835 tassisti
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IL DIRETTIVO
NAZIONALE DI CONFARTIGIANATO TAXI
SEGNALAZIONE AGCM
DEL 5 GENNAIO 2012 SULLA QUESTIONE DELLA
REGOLAMENTAZIONE DEI TAXI IN ITALIA
6 gennaio
2012
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Il 3 novembre 2011
il Parlamentino nazionale Taxi ha avuto la intuizione di
esprimere la necessità di valutare l’opportunità di
effettuare una analisi sulla legislazione europea del
settore e sul suo grado di regolazione. Alcuni organismi
economici, promossi da alcune Associazioni di
Categoria, tra le quali Confartigianato Taxi, hanno
autonomamente recepito questa pregevole intuizione e
commissionato uno studio scientifico per comprendere lo
stato dell’arte del settore taxi in Europa. L’intento e
lo scopo dello studio è quello di raccogliere
informazioni sugli altri paesi per sviluppare un
confronto costruttivo con le istituzioni al fine di
affrontare, sulla base di una conoscenza approfondita e
di grande respiro, non preclusa alle migliori esperienze
europee i grandi temi che in questi mesi interessano il
settore, gli operatori e le loro famiglie in Italia.
Questo atteggiamento è coniugato con la consapevolezza
del grande impatto sociale che le eventuali
modificazioni suggerite dalla AGCM al Governo possono
apportare al sistema di regolamentazione del settore
taxi in Italia. L’analisi, che è curata dal Centro Studi
Sintesi di Venezia, verte su diversi aspetti che
spaziano dalle disposizioni e dalle competenze
territoriali degli organi amministrativi preposti alla
regolazione del settore taxi, alle questioni più
strettamente legate alla programmazione numerica dei
contingenti e all’assegnazione delle licenze. I primi
risultati che emergono dallo studio evidenziano come il
settore sia sostanzialmente regolato in Europa. In
effetti, nei paesi esaminati esistono norme che, a vario
titolo o a livelli territoriali distinti, definiscono il
quadro e le modalità attraverso le quali il settore taxi
deve operare. Inoltre emerge come, anche laddove si
siano sperimentate forme di liberalizzazione esistano
comunque alcune norme specifiche che regolano la
materia. Lo studio delle altre esperienze europee
risulta, infine, particolarmente proficuo per verificare
le forme di miglioramento del servizio adottate negli
altri paesi. L’intervento dell’ AGCM, ancora una volta
sembra non cogliere nessuno di questi aspetti e si
limita invece a creare situazioni che distruggendo la
parte migliore del sistema non si traducono
automaticamente negli stessi obiettivi che pur
rispettosi dell’interesse generale, si è data
l’Autorità. La necessità di far comprendere questi temi
a tutti gli interlocutori, deriva dalla considerazione,
già valutata e verificata in molti paesi europei, che
eventuali processi di apertura al mercato TAXI non
possono essere fatti se prima non si è attuato un
graduale processo di qualificazione e innalzamento degli
standard qualitativi e di sicurezza degli operatori e
del servizio a vantaggio dell’utenza. Solo
successivamente si può valutare di introdurre
gradualmente, qualora necessario, processi di apertura
del mercato. Queste sono le risultanze emerse in tutti
quei paesi in cui questi aspetti non sono stati curati,
ciò ha portato ad un innalzamento del costo del servizio
ed a un suo scadimento in termini di qualità e sicurezza
percepita. Il Direttivo di Confartigianato Taxi, oggi
riunito a Modena, presenti i dirigenti di Toscana,
Lombardia, Liguria,Emilia Romagna, Marche e Veneto,
esaminata la segnalazione della AGCM ha dato mandato ai
propri dirigenti nazionali di seguire la vertenza con il
necessario approccio tecnico, scientifico e legislativo,
riservandosi le valutazioni politiche, ribadendo che
molte delle soluzioni rappresentate dalla AGCM trovano
adeguate risposte nella legge 21/92, nell'articolo 6
della legge 248/2006, purché Comuni e Regioni per
specifica delega Costituzionale, le applichino e
dimostrino di averle ben comprese.
Eh si, caro Nordio, in questo Paese tutti parlano di Costituzione,
ma nessuno la conosce. |
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CGIA DI MESTRE:
LIBERALIZZAZIONI? NO GRAZIE (VISTI I RISULTATI DEL
PASSATO)
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"Vuoi vedere che
se il Paese rischia il collasso è colpa delle mancate
liberalizzazioni dei taxi, dei farmaci di fascia c o
delle edicole? In queste ore stiamo assistendo ad un
vero e proprio attacco contro queste categorie, ma è
possibile che non ci sia nessuno che alzi un dito e
chieda conto alle assicurazioni, alle banche, alle
ferrovie o alle società del gas o delle autostrade sul
fatto che le liberalizzazioni che ci sono state in
questi ultimi 20 anni hanno prodotto aumenti
esponenziali di prezzi e tariffe, recando vantaggi solo
ai grandi potentati economici che stanno dietro a questi
settori ?" La provocazione è lanciata dal
segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi.
"Visto che le liberalizzazioni avvenute in passato nella
stragrande maggioranza dei casi hanno dato luogo ad una
vera e propria impennata dei prezzi o delle tariffe -
rilancia Bortolussi - forse è un bene per i consumatori
che i taxi rimangano contingentati e i medicinali di
fascia c con ricetta medica continuino ad essere venduti
solo nelle farmacie comunali". Infatti, l´apertura al
mercato di 11 beni e servizi di largo consumo avvenuta
negli ultimi 20 anni hanno dato luogo ad un vero e
proprio flop, almeno secondo i dati della Cgia. Il flop
più clamoroso si è registrato nelle assicurazioni sui
mezzi di trasporto che dal 1994 ad oggi sono aumentate
del +184,1%, contro un incremento dell´inflazione del
+43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2
volte in più rispetto al costo della vita). Male anche i
servizi bancari/finanziari (costo dei conti correnti,
dei bancomat, commissioni varie, etc.). Sempre tra il
1994 ed il 2011 i costi sono aumentati mediamente del
+109,2%, mentre l´incremento dell´inflazione è stato
pari al +43,3% (in questo caso i costi finanziari sono
aumentati 2,5 volte in più dell´inflazione). Anche i
trasporti ferroviari hanno registrato un incremento dei
prezzi molto consistente: tra il 2000 ed il 2011, sono
aumentati del +53,2%, contro un aumento del costo della
vita pari al +27,1%. Se per i servizi postali l´aumento
del costo delle tariffe è stato del +30,6%, pressoché
pari all´incremento dell´inflazione avvenuto tra il 1999
ed il 2011 (+30,3%), per l´energia elettrica la
variazione delle tariffe ha subito un aumento più
contenuto (+1,8%) rispetto alla crescita dell´inflazione
(che tra il 2007 ed i 2011 è stata del +8,4%). Solo per
i medicinali e i servizi telefonici le liberalizzazioni
hanno portato dei vantaggi economici ai consumatori. Nel
primo caso, tra il 1995 ed oggi i prezzi sono diminuiti
del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita
del +43,3%. Nel secondo caso, tra il 1998 ed il 2011 le
tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l´inflazione è
aumentata del 32,5%.
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UGO MATTEI - CONTRO
L'IDEOLOGIA DELLE LIBERALIZZAZIONI
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Incurante dei
referendum, il governo dei professori avanza nella
battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero
mercato. Bisogna rompere l'egemonia di una cultura che
fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può
essere piegato alle esigenze della crescita e della
produzione. Con una mancanza di
fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante,
il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase
2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi
responsabili della crisi globale e del degrado italiano,
ai soliti notai e tassisti romani, si aggiungono così,
con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli
avvocati, gli edicolanti. Incurante del senso politico
del voto referendario che chiedeva di "invertire la
rotta" proprio rispetto al trend neoliberale di
privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei
professori, promette di dare battaglia alle lobby che
minano la nostra capacità di "crescere e di competere"
sui mercati globali. Con toni diversi sono intervenuti
in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi
Zingales sull'Espresso. Il primo avanza dubbi
quantitativi (condivisibili) sull'urgenza e l'importanza
delle liberalizzazioni nei detti settori, che
riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro,
rispetto alla vera "ciccia" che sta altrove, in
particolare nel mercato dell'energia e in quello dei
trasporti pubblici dove "ballano" le decine di miliardi
(qui per la verità balla pure l'esito formale del
referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava
affatto solo l'acqua: ma di questo dopo Napolitano anche
Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il
solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema
universitario americano che lo ha salvato dal precariato
accademico, racconta di un'Italia profonda in cui i "i
notabili" (farmacisti, avvocati, notai e banchieri
provinciali) perdono il loro tempo a prendere
l'aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino)
per piazzare i propri figli, invece di "produrre"
facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla
competizione globale. Purtroppo anche sul nostro
giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per
fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi
insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto
ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando
di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le
contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo
italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se
questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non
intendo il Pd che ne è brodo di coltura). È dunque una vera e
propria cultura egemonica, un'ideologia ci dice
Mucchetti, quella che va superata. Un'ideologia ben più
pervasiva di quella un po' estremista e tutto sommato
innocua dei Chicago Boys de' noantri (gli stessi
bocconiani al governo sanno che la politica non è una
tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade
anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come
Pitagora) che l'economia politica non è un esercizio di
astrazione matematica. Per essere intellettualmente
liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la
visione competitiva dell'esistenza, che misura la vita
con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in
chi non produce o produce meno di quanto potrebbe.
Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo
bello non è una miniera in cui viene premiato il
compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci
dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli
investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti
di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che
in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che
il nostro problema non è quello di produrre di più per
offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di
distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti
insieme un mondo in cui l'esistenza sia per tutti
libera, solidale e dignitosa. Certo che il taxi
può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di
un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a
casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo)
fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono
per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere
questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove
esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da
un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al
supermercato... ma che criterio di valutazione sociale è
mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi,
al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i
beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da
sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi
compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi
studi professionali, di banche e assicurazioni o di
grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le
liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i
prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi
aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano
sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli
utenti, proprio come avvenuto con il mercato della
telefonia mobile. E allora, investire su una
riconversione sociale che mette al centro la qualità e
la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di
spirito che deriva dall'acquistare un immobile sapendo
che non verrai truffato dalla banca che ti presta i
soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è
una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a
quella professione), pagare tasse sufficienti a che un
trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato)
possa raggiungere tutti gli angoli delle città,
garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a
tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel
cuore delle città e la dignità degli edicolanti che
vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano
anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del
mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di
dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo
che costui ha sufficiente tempo per studiare ed
aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato. Insomma respingere
le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare
un mondo slow in cui si è contenti che le banche
italiane, per incapacità dei loro managers, non si
fossero avventurate di più nella competizione globale
(anche se non mi piace vedere al governo manager
incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che
un governo, fintamente tecnico, sia un migliore
esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco
prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia
piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora
di più preferirei poter prendere un autobus elettrico,
guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta
dove devo andare. Quest'ultimo servizio il privato, con
la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per
costruire un mondo migliore non è necessario distruggere
quanto funziona di quello che abitiamo. L'ideologia
della liberalizzazione non riconosce questa massima di
buon senso. Credo che vada
detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di
liberalizzazioni senza tener conto dell'esito del
referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno
detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a
quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di
ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un
mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze
del mercato, della crescita e della produzione. |
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ALESSANDRO ROBECCHI
- LIBERALIZZAZIONI, IL NUOVO MANTRA
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Ogni sfiga porta attaccata a sé una parola. La parola
diventa slogan, e si ripete incessantemente finché perde
ogni significato reale. Nel giro di pochi mesi diventa
un mantra ipnotico. Nel giro di qualche anno diventa un
segno dei tempi. Negli anni Novanta si cominciò a
pronunciare incessantemente la parola “flessibilità” e a
ripetere che il lavoro era troppo rigido. Ora, vent’anni
dopo, le condizioni dei lavoratori flessibili ricordano
vagamente quelle dei raccoglitori di cotone dell’Alabama
di un paio di secoli fa, con la beffa che i precari dei
call center, dovendo correre a fare un altro lavoro, non
hanno tempo per cantare il blues. Altra parola che ci
accompagna (ci segue con un randello, si direbbe) è
“liberalizzazioni”. Ciascuno, preso da furore
liberalizzatore, indica indignato questa o quella casta
colpevole di bloccare il paese. Così come la
flessibilità avrebbe dovuto farci spiccare un grande
salto (e s’è visto), allo stesso modo le
liberalizzazioni dovrebbero aprire davanti ai nostri
occhi un futuro luminoso. E s’è già visto pure questo.
Felicemente liberalizzate, le assicurazioni auto hanno
quasi triplicato il prezzo delle polizze. I servizi
bancari sono schizzati alle stelle, i trasporti
ferroviari pure, i pedaggi autostradali peggio mi sento,
i viaggi aerei sono più cari, i trasporti urbani hanno
aumentato le tariffe (molto più della qualità dei
servizi) e il gas costa di più. Tutto molto oltre
l’inflazione. Si saluta come un miracolo di
modernizzazione che treni di nuovi operatori solchino i
nostri binari e sfreccino sulle nostre tratte, ma si
tratta di treni per ceti alti e altissimi, mentre i
pendolari viaggiano nelle condizioni degli hobos della
Grande Depressione, senza nemmeno un Woody Ghutrie che
gli suoni la chitarra. Probabilmente, peraltro, lo
lincerebbero per esasperazione in sala d’aspetto, mentre
sul binario uno sfreccia uno scintillante convoglio
griffato, rivestito in pelle e popolato da managers
dinamici ed eleganti. Tutti presi a discettare di quanto
siano importanti, per il paese, le famose
liberalizzazioni.
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MASSIMO MUCCHETTI -
CORRIERE DELLA SERA - 21 dicembre 2011
LE LIBERALIZZAZIONI
VERE? PENSIONI ED ENERGIA
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Liberalizzazioni, tanto rumore per nulla? Per nulla no,
ma certo non per molto. Il governo vorrebbe
liberalizzare taxi, farmacie e, dopo, le professioni. Il
Parlamento l' ha fermato, ma Mario Monti promette di
riprovarci. In un Paese già sommerso da partite Iva,
commercialisti, avvocati e giornalisti, l' accesso alle
professioni non sembra davvero un problema. Del resto,
cancellare i minimi tariffari e trasformare uno studio
legale in Spa difficilmente faranno impennare il
prodotto interno lordo. Felici di sbagliarci, attendiamo
analisi e previsioni di fonte governativa sui benefici e
i beneficati. Nel frattempo, notiamo che si parla
solo genericamente dei servizi pubblici locali e della
remunerazione del capitale privato che vi dovrebbe
essere investito, si tace sulle televisioni, si
trascurano i nuovi monopoli del web, ci si piega davanti
ai colossi dell' energia. Politici e tecnici si
scontrano su liberalizzazioni da poche centinaia di
milioni e beatamente sorvolano dove i miliardi si
muovono a decine. D' altra parte, l' attuale cultura
della concorrenza - una cultura, non un Vangelo - è
stata elaborata al tempo delle bolle finanziarie e degli
squilibri globali, scambiati per motori di progresso
universale. Per capirci, due esempi nostrani e pesanti.
Primo, le pensioni. In Italia vige un singolare
duopolio. All' Inps e alle casse private, a
contribuzione obbligatoria, viene attribuito in
esclusiva il primo pilastro previdenziale. Ai fondi
pensione, di tipo assicurativo e a contribuzione
volontaria, è riservato il secondo pilastro. Dopo la
manovra, la pensione primaria corrisponderà ai
contributi versati da ciascuno nel corso della vita
lavorativa, rivalutati in base al Pil nominale che
include l' inflazione. Verrà erogata ripartendo le
entrate contributive dell' anno, in base al principio
della solidarietà intergenerazionale. L' assegno
integrativo, invece, si calcola con logica assicurativa
in base ai risultati dell' investimento dei capitali
versati via via da ciascuno nei 559 fondi, variamente
connessi a sindacati, assicurazioni e banche. Il primo
pilastro scommette sul Paese reale, il secondo sulla
finanza globale. Inps e fondi, due orti coltivati nella
stessa piana, zero concorrenza tra loro. Nessun
operatore privato ha mai presentato un vero progetto per
aggiudicarsi il primo pilastro in concorrenza con l'
Inps e le casse, forse perché solo lo Stato può fare da
garante tra le generazioni. In compenso, l' Inps è
sostanzialmente esclusa dalla previdenza integrativa. Di
questi tempi, il flusso teorico massimo della previdenza
integrativa (Tfr più il 3%, parte a carico dell' azienda
e del lavoratore) è di 20-25 miliardi l' anno. La
previdenza integrativa ne intercetta 6. Ci si domanda
che cosa si può fare del resto. La manovra istituisce
una commissione di studio sulle aliquote contributive.
In attesa degli esiti, ci si chiede come mai il premier
Mario Monti e il ministro del Welfare, Elsa Fornero, non
prevedano la facoltà - facoltà, non obbligo - di
destinare all' Inps e alle casse, se resisteranno, la
contribuzione integrativa oggi riservata ai fondi
pensione negoziali o assicurativi. E per essere chiari,
questa dovrebbe andare non a fondi integrativi pubblici,
ma proprio al primo pilastro. Temono forse che il primo
pilastro sia meglio del secondo? Sarebbe un timore
fondato ove si confrontino la rivalutazione delle
pensioni contributive degli ultimi 15 anni, il 4% medio
annuo, e il rendimento dei fondi pensione, parecchio
meno. Ma se così è, perché deve esserci la number
portability per i cellulari e non anche la pension
portability ? Sono domande tanto più pertinenti quanto
più all' istituenda commissione venisse in mente, come
si sente dire, di diminuire le aliquote contributive del
lavoro dipendente dal 33% al 27%. Con il metodo
contributivo, la pensione diventa una forma di salario
differito. Ridurre i contributi, senza lasciare la somma
ridotta al lavoratore, sarebbe come tagliare i salari e
la cosa andrebbe raccontata come tale. E magari
giustificata, se si hanno gli argomenti. Ma anche
lasciando in mano ai dipendenti il 5% in questione, ne
soffrirebbe la pensione primaria già asciugata dal
contributivo, cosa peraltro inevitabile dati i corsi
demografici. Susanna Camusso, nell' intervista al
Corriere , teme che il governo faccia il gioco delle
assicurazioni. La ministra Fornero potrà smentire la
leader Cgil, e magari sfidarla assieme ai capi di Cisl,
Uil e Ugl, attivando la concorrenza tra i due pilastri.
Vedremo allora se e quali sindacati saranno pronti a
dare, poniamo, ai metalmeccanici la libertà di scegliere
tra il fondo Cometa e l' aumento dei versamenti al primo
pilastro. Secondo esempio, la bolletta della luce. Il
settore elettrico è il più aperto alla concorrenza. La
sua Authority è giudicata la migliore. Da vent' anni, i
governi hanno deposto il Piano energetico nazionale.
Puzzava di Gosplan. Epperò hanno inondato di incentivi
il settore come mai era avvenuto: prima il Cip 6 ha
riempito l' Italia di cicli combinati a gas (efficienti,
costosi ma pagati a piè di lista), e poi i sussidi alle
rinnovabili (tecnologie inefficienti, in buona parte già
superate, ma sempre pagate a piè di lista). Il Cip 6 ci
è costato, nel silenzio della Commissione Ue, 40
miliardi di euro, quasi tutti andati ormai. Le
rinnovabili ce ne costeranno nel ventennio 2005-2034
circa 170. Quanti notariati bisogna liberalizzare per
tamponare questi piacerini? L' Authority corregge le
virgole, e resta sempre esposta alle pressioni dei
regolati come si vede dai benefici miliardari per le
centrali impegnate a fini di sicurezza, gli sconti ai
grandi consumatori, la querelle Enel-Terna sui servizi
di rete, ma il testo lo scrive il governo. Il punto
critico sta nell' approccio ideologico alle
liberalizzazioni. Negli anni Novanta si è pensato che la
deregulation potesse sostituire la politica industriale,
che il mercato autoregolato ovvero affidato alle
Autorità indipendenti potesse eclissare i governi. L'
esperienza ci ha rivelato che la deregolazione può avere
effetti non meno negativi dell' interventismo. Il quale,
comunque, non scompare mai. È forse arrivato il momento
di rompere il pendolo tra politica industriale e
politica della concorrenza per riconciliarle nell'
iniziativa di un governo libero dalle corporazioni e dai
pregiudizi: anche di quelli della propria cultura d'
origine.
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MAURIZIO BERRUTI,
vicepresidente della Commissione Personale di Roma
Capitale (PDL)
SI PUO' AUMENTARE
ANCHE SE SI DIVENTA PIU’ POVERI - 23 dicembre 2011
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"Nel tourbillon
delle varie proposte di liberalizzazioni e di soluzioni
per l’occupazione avanzate dai tecnici, dagli
economisti, dal governo Monti, dagli esperti della
Confindustria, dai professori Bocconiani, vorrei
partecipare con una mia proposta che utilizza la stessa
filosofia che ha guidato i vari specialisti. La ricetta
che può contribuire a risolvere la crisi del paese,
potrebbe passare anche per soluzioni occupazionali che
garantirebbero un sicuro posto di lavoro. La proposta
può essere articolata in questo modo: raddoppiare tutti
i posti di lavoro esistenti nel pubblico impiego
lasciando invariata la spesa complessiva per i posti
pubblici. In sostanza il budget del costo attuale dei
dipendenti pubblici rimarrebbe invariato e quindi
l’operazione è a costo zero. Del resto la stessa
tipologia di soluzione è stata proposta per i taxi
(raddoppiare il numero delle licenze concedendogliela a
titolo di rimborso a chi già ne ha una), per le edicole
liberalizzandole e quindi aumentando il numero degli
operatori e per le farmacie con lo stesso tipo di
metodologia. Anche in questi casi, la domanda del
mercato rimane invariata come potrebbe rimanere
invariato il costo dei dipendenti pubblici. Soluzioni
facili ed a costo zero. Qualche problemino potremo
averlo, in quanto sia nel caso dei dipendenti pubblici,
dei taxi, che quello degli altri settori toccati dalle
proposte di liberalizzazione, lo spazio di mercato (la
domanda) e il budget dei pubblici dipendenti rimarrebbe
invariato e a fronte di lavoratori con un reddito o una
busta paga decente avremo poi dei lavoratori che ne
avranno una dimezzata. Ma questo sembra essere un
problema marginale. Realmente avremo aumentato
l’occupazione e le statistiche diverrebbero
immediatamente confacenti con i “desiderata” dell’Europa
e dei mercati. L’ eventuale critica a questa mia
proposta dovrebbe cadere nel momento stesso che si
guarda alle proposte di liberalizzazione avanzate dai
tecnici del Governo Monti, dai giornali e dalla
Confindustria che mi sembra rientrano nella stessa
logica e nello stesso spazio di mercato dei mie
suggerimenti".
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Questo in risposta alla proposta
di legge dell'On. Vernetti (API) che "Si propone di
realizzare un primo provvedimento, in vista di una più
completa liberalizzazione del settore, raddoppiando
l'offerta di autoservizi pubblici non di linea e al
tempo stesso offrendo una remunerazione agli attuali
addetti del settore che potranno cedere a titolo
gratuito (per esempio ad un familiare) od oneroso la
seconda licenza ottenuta. I tentativi sin qui compiuti
in materia di liberalizzazione del settore - conclude
Vernetti - hanno sofferto dei limiti dell'attuale
normativa che attribuisce ai Sindaci i poteri di
programmazione in materia e di rilascio delle licenze,
causando conflitti fra rappresentanti delle categorie
dei conducenti di taxi e le amministrazioni comunali
competenti". |
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Siamo d'accordo con Maurizio
Berruti, anzi rilanciamo. Perché non raddoppiamo i
parlamentari e dividiamo gli stipendi anche lì? Da Nobel
per l'economia!
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ROBERTO CASSIGOLI -
UNICA TAXI FIRENZE
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Sul PD , i taxi, le
liberalizzazioni, il governo delle banche e dei
tecnocrati occorre avere chiaro:
1) il PD non e' la
CGIL - la CGIL non e' il PD. E' una verità chiara ed
evidente da sempre così come e' chiaro, da sempre, che
nella CGIL sono iscritti e militano anche molti
lavoratrici e lavoratori prima iscritti al PCI poi al
PDS poi ai DS e poi al PD. Oggi riprova evidente della
affermazione di ci sopra e' che mentre il PD approva la
manovra la CGIL dichiara, organizza, realizza scioperi
generali di settore contro la manovra.
2) Ognuno si assume
le responsabilità ( e le conseguenti colpe o i
conseguenti meriti ) che decide di assumersi. Il PD
votando la manovra ( viene dichiarato per senso di
responsabilità nazionale ) si e' assunto la
responsabilità di votare un provvedimento fatto da un
governo dei banchieri e della tecnocrazia ( veri e
propri killer in doppiopetto delle masse popolari) che
colpisce soprattutto ceti e categorie fortemente
rappresentate in quel Partito... personalmente non ho
condiviso e non condivido la scelta fatta dalla
Segreteria del Partito ; ognuno raccoglierà quel che
semina.
3) Attenti a fare
di ogni erba un fascio : nel PD sono presenti diversità
di idee sia rispetto ai contenuti della manovra sua
rispetto al tema più propriamente detto delle
liberalizzazioni.
Ne e' riprova
l'attacco "sferrato" da settori del PD a Fassina ,
responsabile economico del PD che sulla manovra aveva
idee non proprio ortodosse con i comportamenti
parlamentari assunti .
Insultare
indiscriminatamente gli iscritti al PD significa
oggettivamente aiutare quelli che nel PD sono
"docilmente subordinati" alla banda
Monti-Catricala-Passera.
4) La rete e' un
formidabile strumento di mobilitazione; in mezz'ora
siamo in grado, tenendoci in contatto , di scendere in
assemblea sindacale in tutta Italia.
Catricalà dichiara
che a gennaio riparte ? Anche noi possiamo farlo.
Teniamo quindi accesi i motori e il piede sulla
frizione.
5) Unica Taxi CGIL
, che non c'entra niente con il PD , come sempre ci sarà
cosi' come ci saranno i suoi sindacalisti e militanti,
anche quelli iscritti al PD , siatene certi.
6) I "docilmente
succubi" vorrebbero che alcuni di noi uscissero dal PD
così - senza critica interna - potrebbero assumere
posizioni liberal senza opposizione alcuna: non avranno
questa soddisfazione perché pur con il fegato spappolato
rimarremo lì a marcare la posizione di rappresentanti di
lavoratori e lavoratrici contro la deriva liberista.
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ALBERTO PERA, GIA'
SEGRETARIO GENERALE DELL’AUTORITÀ ANTITRUST
Le liberalizzazioni
non possono partire da taxi e farmacie ma dall'apertura
dei mercati
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Secondo l'ex
segretario generale dell'Antitrust le vere
liberalizzazioni non possono partire da casi marginali
come i taxi e le farmacie ma devono puntare all'apertura
dei mercati ed essere uno strumento portante di una
strategia di crescita - Il punto cruciale è quello di
creare reale concorrenza tra le imprese: solo così ne
derivano benefici ai consumatori. Una delle
caratteristiche tipiche del dibattito politico italiano
è stata quella di non impegnarsi sui problemi concreti
di aggiornamento della struttura economica del paese,
sostenendo che il problema era “ben altro”: la lotta di
classe, l’assetto del capitalismo italiano, la
democrazia; perdendo così in più occasioni il treno
della modernizzazione. L’idea di passare per un
“benaltrista” fa allora venire la pelle d’oca a chi
abbia sentimenti riformatori. Eppure, di fronte alle
critiche che si levano rispetto alle mancate
liberalizzazioni nel programma di governo, non si può
fare a meno di constatare che il problema è proprio “ben
altro”. Davvero
il problema delle liberalizzazioni in Italia riguarda la
vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie e i
taxi? Confondendo i farmaci da banco con quelli
in fascia C (cioè, non a carico del Servizio Sanitario
Nazionale) tra i quali ve ne sono di potenzialmente
altrettanto tossici o bisognosi di precauzione di quelli
di fascia A? E
dimenticando che i taxi bene o male svolgono la loro
attività in presenza di obbligazioni di servizio
pubblico (disponibilità notturna, obbligo di servizio,
turnazione) che possono anche giustificare i limiti alla
concorrenza di chi queste obbligazioni non ha (fermo
restando che questi limiti non dovrebbero essere tali da
cozzare contro l’interesse a un servizio efficiente)?
Il che non vuol dire che non vi sia necessità di
liberalizzare, ma che una vera azione riformatrice
richiede una maggiore riflessione sia sugli obiettivi
che sugli strumenti. Sugli obiettivi: deve essere chiaro
che le liberalizzazioni nei mercati dei beni e dei
servizi non servono solo ad abolire privilegi o a
ridurre marginalmente i costi per il consumatore, ma
sono un passo essenziale delle politiche per la
crescita, perché consentono di ridurre i vincoli
all’entrata e all’organizzazione dell’attività delle
imprese. Tenendo presente che gli effetti positivi non
sono in genere limitati al mercato interessato, ma si
trasmettono attraverso la filiera produttiva. Qualche
esempio: la liberalizzazione del commercio al dettaglio,
tuttora attuata a pelle di leopardo a causa della
mancata predisposizione dei piani da parte di varie
regioni, implica modifiche profonde nella logistica,
nelle modalità produttive, nel controllo qualità anche
nelle fasi a monte. La liberalizzazione
dell’autotrasporto, ancora caratterizzato di fatto dal
controllo ministeriale dei prezzi, faciliterebbe la
riorganizzazione e la razionalizzazione del sistema. E
si potrebbe continuare ricordando la situazione del
trasporto aereo nazionale, in cui la monopolizzazione
del traffico è stata addirittura autorizzata per legge,
e nel quale una apertura alla concorrenza, magari
attraverso l’ingresso di seri operatori europei, può
avere effetti benefici non solo sui prezzi dei
biglietti, ma sulla articolazione del servizio e di qui
su tutte le attività influenzate dalla convenienza del
trasporto, come il turismo. Sugli strumenti:
un’effettiva liberalizzazione richiede però un’analisi
dei mercati al fine di individuare quali siano i vincoli
effettivi al funzionamento della concorrenza. Restiamo
al caso delle farmacie: non pare proprio che il problema
sia quello dei farmaci di fascia C: invece, nel nostro
paese esiste un vincolo normativo all’apertura di nuove
farmacie, poiché secondo una legge nazionale è ammessa
una farmacia ogni 5mila abitanti. Quando la regione
Puglia ha abbassato la soglia a 3.500 abitanti, lo Stato
ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale, che ha
dichiarato la competenza statale in materia (poco vale
l’argomento che gli organismi locali dovrebbero
conoscere meglio la situazione). Nel nostro paese le
farmacie possono essere gestite solo da farmacisti o da
società di farmacisti (comunque con il limite massimo di
quattro). E ogni farmacista può avere solo una farmacia.
Si impedisce così la industrializzazione del servizio,
attraverso la creazione di catene di farmacie, con
conseguenti efficienze, così come ogni possibilità di
integrazione tra distribuzione del farmaco e rivendita.
I farmacisti e la loro associazione argomentano che
queste previsioni sono state attaccate dalla Commissione
Europea, ma ritenute non in contrasto con la normativa
europea dalla Corte di Giustizia perché in questa
materia ogni paese può far valere considerazioni
relative alla salute pubblica; ma legittimo non vuole
necessariamente dire opportuno: certamente la difesa del
criterio “una farmacia, un farmacista” cozza contro una
gestione imprenditoriale della distribuzione del
farmaco, che può consentire una semplificazione nella
logistica, una riduzione dei margini per il
distributore, e quindi un minor costo per l’erario e per
i consumatori. E’ ardito pensare che riforme complessive
di settori come quello della distribuzione farmaceutica,
o della distribuzione commerciale o dei carburanti o
dell’autotrasporto o degli ordini professionali
avrebbero potuto essere affrontate in poche settimane da
un governo appena insediato. Ed è diminutivo pensare che
taxi e fascia C rappresentino o avrebbero rappresentato
un punto di svolta sul tema: certamente lo rappresentano
meno di altre misure che pure sono presenti nel decreto,
in particolare, le disposizioni riguardanti gli orari e
i vincoli all’apertura degli esercizi commerciali,
benché ancora a un livello largamente di principio, e i
nuovi compiti affidati all’Antitrust per quel che
riguarda i vincoli amministrativi all’attività economica
(tema complesso su cui sarà bene tornare). Certo, la
difficoltà incontrata dalle proposte governative mostra
la forza delle categorie: ma forse ciò era più facile di
fronte a provvedimenti parziali che non a una
riflessione complessiva sul funzionamento dei mercati.
Insomma, il tema delle liberalizzazioni è ancora
largamente da svolgere. E non potrebbe essere
altrimenti, data la complessità delle questioni da
affrontare, in un contesto che peraltro più che quello
della scelta per il consumatore dovrebbe essere quello
delle opportunità per il produttore concorrenziale: è
dall’evoluzione, modernizzazione e crescita del sistema
produttivo che derivano benefici per il consumatore. Le
liberalizzazioni devono allora diventare un tassello, e
neanche il meno importante, della strategia di crescita
intende impostare nelle prossime settimane.
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OLTRE IL TAXI -
IL TRAFFICO DA PROBLEMA A OPPORTUNITA' DI MERCATO -
28 settembre 2006
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http://www.lavoce.info/
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Nella
fase industriale il taxi soppiantò le carrozze. Nella fase digitale la
telematica renderà obsoleto il taxi. Si tratta solo di immaginare nuovi
servizi di mobilità che utilizzino le tecnologie disponibili. Ovviamente
il problema non è tecnico, ma riguarda la creazione di nuove imprese
della mobilità e il cambiamento di un carattere peculiare della nostra
mentalità collettiva. Non è un compito impossibile, modificando gli
incentivi e i sussidi che oggi distorcono il mercato.
LA "ROBA"
E I SERVIZI
C’è
qualcosa di arcaico che impedisce di vedere il trasporto come
un’attività propriamente industriale. Vince sempre una tendenza
all’autoproduzione che viene forse da una cultura contadina della “roba”
di verghiana memoria, non metabolizzata nella modernizzazione. Usiamo il
mezzo di trasporto solo in quanto proprietari e poco come strumento di
produzione di un servizio offerto sul mercato. In Italia c'è il più alto
tasso di motorizzazione europeo, due automobili per tre abitanti, e la
più bassa propensione all’utilizzazione dell’automobile non
proprietaria. Prendere una macchina a noleggio è un’operazione banale in
molti paesi europei, mentre da noi è considerata una scelta di lusso.
Anche la legislazione ha cristallizzato questa mentalità della “roba”.
Infatti l’uso dell’automobile privata è libero, mentre l’uso collettivo
è rigidamente bloccato dalle severe normative del cosiddetto trasporto
in “conto terzi” e dello stesso noleggio. Insomma, se voglio dare un
passaggio ad un amico va tutto bene, ma se ci prendessi gusto e ne
facessi un’attività economica incapperei nella severità della legge.
L’offerta non proprietaria del trasporto è confinata nelle punte estreme
dell’autobus pubblico, rigidamente collettivo, e del taxi,
obbligatoriamente individuale. La vita quotidiana delle nostre città
presenta per un’ampia domanda intermedia, determinata soprattutto
dall’aumento degli spostamenti per le attività terziarie e del tempo
libero.
L'
INNOVAZIONE POSSIBILE 1: TECNOLOGIA E IMPRESA
Ci sono
meritorie iniziative di tanti amministrazioni locali per diffondere usi
multipli e innovativi dell’automobile come il car-sharing, car-pooling,
mobility manager, taxi collettivo, bus on demand ecc. Sono esperienze
già affermatesi in Europa, ma il vero decollo di queste politiche è
legato alla nascita di una nuova imprenditoria capace di leggere i
diversi segmenti della domanda, di progettare servizi adeguati, di
sostenerli con moderne tecniche di marketing e di renderne evidenti i
vantaggi economici. L’attuale imprenditoria dei trasporti non ha la
cultura per compiere il salto di qualità. Ci vorrebbero imprese moderne,
capaci di incidere sulle abitudini del largo pubblico. Qualcosa di
analogo è avvenuto in Italia con i telefonini. Se ne fossimo capaci,
realizzeremmo una rivoluzione nell’economia dei trasporti. Ci sono due
occasioni da cogliere. In primo luogo, l’esigenza che viene proprio
dalle grandi aziende di TLC di trovare nuove aree di business. In
secondo luogo, è presente in Italia una ricca filiera di piccole aziende
innovative nel settore dell’ITS (Intelligent Transport System), poco
valorizzata, ma contraddistinta da ampie possibilità di crescita. Su
tali potenzialità dovrebbe fare leva una politica per lo sviluppo della
infomobilità. Due
interventi sono prioritari: la promozione di piattaforme tecnologiche
denominate Centrali di Mobilità a Chiamata (CMC) e una diversa politica
degli incentivi per favorire la crescita di operatori dei cosiddetti
Sistemi Intermedi di Trasporto (SIT), vale a dire di quelle modalità di
trasporto delle persone che si collocano tra il trasporto individuale
(l’auto o la moto privata) ed il trasporto pubblico locale tradizionale. Le CMC
devono fornire un servizio in risposta alle esigenze di mobilità di tipo
“porta a porta” espresse dal cittadino, gestendo, in linea indicativa,
le seguenti attività: promozione dei servizi e delle relative formule di
abbonamento/pagamento; raccolta della richiesta via call center, via
internet oppure via cellulare; programmazione del viaggio attraverso la
composizione delle modalità di trasporto ottimali offerte da una
molteplicità di soggetti imprenditoriali; prenotazione del viaggio;
formulazione della tariffa in funzione del periodo di preavviso e del
livello di qualità del servizio; consuntivazione e fatturazione del
servizio.
L'
INNOVAZIONE POSSIBILE 2: LIBERALIZZARE E CAMBIARE LA POLITICA DEI
SUSSIDI
Gli
operatori dei SIT devono essere soggetti imprenditoriali privati che
operano liberamente, senza licenze, ma con una carta dei servizi da
rispettare. Per innescare le condizioni di mercato si dovranno
trasformare gli attuali sussidi alle aziende pubbliche in bonus per i
cittadini. Ad esempio, nel caso di Roma, invece di trasferire circa 350
milioni di euro all’Atac si tratterebbe di collocare tale somma in una
carta della mobilità; ciascun cittadino sarebbe libero di utilizzare il
bus o il taxi o i SIT ottenendo automaticamente uno sconto sulle tariffe
praticate dagli operatori, i quali verrebbero messi sullo stesso piano
concorrenziale, senza godere di sussidi che falsano il mercato. Infine,
questi nuovi servizi potrebbero inserirsi in un più ampio sviluppo delle
tecnologie per il trasporto. I costruttori di automobili stanno pensando
all’inserimento del navigatore come serie. Con una rilevazione dei
flussi di traffico in tempo reale è possibile, mediante simulatori in
gran parte già disponibili, proporre agli automobilisti i percorsi
ottimizzati in rapporto alla situazione del traffico cittadino, con
miglioramenti previsti dei parametri di mobilità dell’ordine del 10-15%,
cioè quanto si può ottenere con rilevanti investimenti infrastrutturali.
Il progetto Galileo è ormai nella fase attuativa e fra qualche anno
renderà disponibile un sistema avanzato di posizionamento satellitare.
Si apre un campo enorme di nuovi servizi e invenzioni di prodotti di
mobilità. Si aprono soprattutto nuovi mercati in seguito alla scelta che
hanno fatto Cina e India di aderire allo standard Galileo invece che al
vecchio GPS americano. Altro che pericolo cinese! Proprio noi italiani,
tra i più colpiti dal traffico, potremmo essere i più bravi al mondo a
capovolgere il male in bene. Basta iniziare a guardarlo come un mercato.
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CARLO CIAVONI - LA
SCOMMESSA DELLA “MOBILITÀ SOSTENIBILE”
LA REPUBBLICA,
AFFARI & FINANZA - 10 dicembre 2007
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Oggi,
nell’agenda della politica, fra le scelte strategiche più urgenti da
prendere, dovrebbe esserci quella di rendere più organico il rapporto
tra le grandi aree metropolitane e la rete i trasporto al loro interno.
Il modello basato sull’auto privata non è più compatibile con la
rapidità. Nell'agosto scorso "La storia siamo noi" - il programma di Giovanni
Minoli in onda su Rai Tre - riproponeva un'intervista fatta negli anni
sessanta ad un giovane Italo Insolera, urbanista di fama internazionale.
Il titolo di quella puntata non lasciava spazi all'interpretazione.
Diceva: «Fermi tutti. La mobilità insostenibile». Il quadro che
delineava Insolera era drammaticamente simile a quello che si potrebbe
tracciare oggi in molte delle nostre grandi città: Roma, Milano Napoli,
Torino, Palermo... Quarant'anni fa, insomma, s'avvertiva già l'urgenza
di immaginare, quanto meno un modo parallelo e diverso di spostarsi, che
non fosse l'automobile privata, purtroppo già da allora simbolo radicato
del benessere. Tuttavia, le ragioni imposte da blocchi
economico-industriali tanto egemonici quanto monoculturali impedirono al
ceto politico di scegliere in quegli anni - ma in verità ancora prima,
fin dall'immediato dopoguerra - strategie orientate verso
un'integrazione sostenibile fra trasporto privato e pubblico. Oggi
nell'agenda della politica, fra le scelte strategiche più urgenti da
prendere ci dovrebbe essere senza dubbio quella di rendere compatibile
il rapporto fra le grandi aree metropolitane e la rete di trasporti al
loro interno. Gli ambientalisti, e neanche i più integralisti e
arrabbiati, sostengono ormai che è lì che si gioca gran parte del futuro
dell’umanità. Il dato di fatto incontrovertibile è che nell'arco
dell'ultimo mezzo secolo ci siamo spostati con un'auto a testa,
bruciando benzina o gasolio in quantità esagerate. Questo modello non
regge più. E non tanto e non solo perché mette in crisi l'equilibrio
dell'ambiente, ragione fin troppo ovvia, quanto perché rende ridicolo il
concetto stesso di automobile, concepita - è bene ricordarlo - per
muoversi rapidamente. Intanto, sulla testa dei sindaci delle grandi
città grava sempre di più la responsabilità di gestire fenomeni che solo
in parte sono condizionabili, considerata l'ancora scarsa autonomia
finanziaria dei comuni. Il bilancio tra domanda e offerta di trasporto
pubblico in alcune grandi aree metropolitane (Milano, Roma, Napoli e
Torino) da un'idea della scarsa affidabilità che la gente accredita al
sistema della mobilità pubblica. Facciamo l'esempio di Milano e Roma,
dove ci sono 750 auto ogni 1000 abitanti e 1,2 persone ogni auto in
movimento: nella capitale vera e in quella economica del Paese, ogni
anno mediamente ogni abitante si serve di un mezzo pubblico 400 volte.
Un dato che tuttavia deve essere valutato al netto della pesante
incidenza del pendolarismo e a Roma al netto anche della massiccia
presenza turistica. Napoli e Torino rimangono distanziate al di sotto
dei 200 passaggi per abitante annui. Tra le grandi città con oltre
200.000 abitanti, Venezia presenta il valore maggiore (648 viaggi per
abitante annui) un record ovviamente determinato dalla sua naturale
conformazione. Seguono Trieste, Genova e Bologna le uniche grandi città
con oltre 200 passaggi per abitante annui. Traguardi da grande
metropoli, invece, per la piccola Siena che si posiziona abbondantemente
sopra i 200 passaggi per abitante. Il trasporto pubblico continua ad
essere invece formalmente assente in ben 43 comuni di media e piccola
dimensione, dove i viaggi per abitante effettuati annualmente su mezzi
pubblici sono al di sotto di uno a settimana. Il censimento "Ecosistema
Urbano 2008" analizza il trasporto pubblico calcolando i chilometri
percorsi annualmente dalle vetture per ogni abitante residente. Ancora
una volta le città vengono suddivise in quattro classi e giudicate
separatamente. Milano, con 82 km-vetture per abitante distanzia Roma e
Torino, le quali si attestano rispettivamente a 64 e 48 km-vetture per
abitante. Venezia e Trieste confermano un'offerta coerente con le buone
prestazioni rilevate calcolando i passaggi annui per ogni abitante,
mentre fra le città medio piccole come Siena che raggiunge un valore
pari a quello di Milano, seguita a distanza da Trento, Pescara, Parma,
L'Aquila e Brescia, tutte al di sopra dei 40 km-vetture per abitante.
Valori assai bassi si registrano in comuni piccoli o medio-piccoli, con
10 km-vettura per abitante a Vibo Valentia, Sondrio, Ragusa, Vercelli,
Pesaro e Caltanissetta. Come parziale consolazione si può solo ricordare
che i bus a metano continuano a crescere (+22%) superando le 1.800
unità, più del triplo rispetto ai 581 mezzi elettrici, che invece si
riducono di circa 140 unità. Non crescono invece tram e filobus e le
vetture della metropolitana. In questa classifica, Udine, con una flotta
di 75 autobus di cui 60 a metano e 5 elettrici sale al primo posto
(era seconda nel 2005). Segue Terni che è seconda con 27 bus a metano, 5
elettrici e i rimanenti 20 auto bus alimentati a biodiesel. Risultati
lusinghieri o no, sullo sfondo resta comunque un dato oggettivo: il
costo sociale del trasporto pubblico. Le aziende municipali italiane che
svolgono questo servizio recuperano in media il 30-33% dei costi. In
Europa la percentuale media è del 50%, a Parigi e in alcune città
olandesi addirittura si supera quel limite. L'unica città italiana a
recuperare più del 50% dei costi è Venezia. Ma è inutile soffermarsi
sulle ragioni. È evidente che questa perdita "fisiologica",
inconcepibile per qualsiasi imprenditore privato, è solo parzialmente
comprimibile, mai eliminabile. Ma tanto più basso è il tasso di
recupero, tanto più diventa macroscopico il disservizio. La verità è che
tutto ciò dimostra come i trasporti pubblici nelle grandi città non
possa essere considerati - come purtroppo ancora molti fanno - alla
stregua degli altri mezzi di trasporto.
Due articoli che parlano dello stesso problema, il trasporto
pubblico nelle città, ma visto da angolazioni diametralmente
opposte: il primo pensando ad un ipotetico futuro, facendo
un’analisi parziale ad uso e consumo dei poteri cosiddetti
“forti” (ne parliamo ampiamente qui sotto),
non certo dal punto di vista del cittadino-utente, il secondo
facendo una reale fotografia del presente, dicendoci che se le
aziende municipalizzate italiane che gestiscono il trasporto
pubblico di linea volessero andare in pareggio, il biglietto
dell’autobus dovrebbe costare 3 euro. Solo per il pareggio.
Meditate gente, meditate…
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LETTERE |
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LETTERA AL SEGRETARIO DI UN PARTITO DA UNA SUA
EX-ELETTRICE
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Egregio Segretario,
sono una taxista ed un’ ex elettrice e candidata del PD;
aggiungo che so leggere, scrivere e far di conto e che
al tempo della candidatura Delbono fui contattata per
rappresentare, al femminile, la mia “corporazione” che
allora, forse, non era così impresentabile. Quando mi
confronto cerco sempre di analizzare il punto di vista
dell’interlocutore, ma questa volta Le confesso di non
riuscire a comprendere la guerra che Lei e il suo
partito mi avete dichiarato. Mi ricordate gli attacchi
di Brunetta agli statali. E’ mai possibile che la
differenza tra voi due sia solo nei centimetri?
SpiegarLe come funziona il “Pianeta Taxi “, le ore di
lavoro effettuate, i debiti con le banche, le paure e il
caro benzina credo che sia del tutto inutile, perché Lei
ne ha fatto una cieca guerra ideologica. Se il “casus
belli” è l’elezione di Alemanno, ricordi che è Rutelli
ad aver perso perché vecchio e politicamente
inaffidabile. Zingaretti avrebbe vinto. Però non mi
interessa parlare di politica, ma credo sia giusto
proporLe un confronto oggettivo: non faccio colazione
alla “buvette”, ma pranzo nel primo bar che trovo con un
bagno decente; il mio parrucchiere si chiama Giuseppe,
il mio dentista Claudio e nessuno dei due lavora in
Parlamento; ho il sistema contributivo dal 95 che
D’Alema ha votato per me ma si è dimenticato di votarlo
per lui e per voi. Non ho portaborse, ma mi carico da
sola le valige dei clienti. Nel mese di luglio e agosto
non ho lavorato causa malattia ma fortunatamente non ho
perso il gettone di presenza per il semplice motivo che
non so neanche cosa sia. Lei lo aveva quando era nel
Consiglio Regionale? Quando salgo in macchina mi siedo
davanti ed è bianca. Lei si siede di dietro e forse è di
colore blu. A volte rischio una rapina e se investo un
cane forse trovo anche quello che mi ammazza. Ma quando
parlo di scorta in realtà penso solo alla ruota. E Lei?
Lavoro 12 ore al giorno e dichiaro di più di quello che
il ministro Visco ha calcolato per la mia
“corporazione”. Le nostre cooperative non possono
aumentarci lo stipendio. La sua, il Parlamento, lo può
fare e quando capita siete tutti compagni di merende.
Grazie a Lei andrò in pensione a 67 anni dopo 42 di
lavoro. Ichino ha detto “ce lo chiede l’Europa”. Ma a
Lei e a Ichino chi ha chiesto di avere le indennità più
alte d’Europa? Con la crescita dello spread cresce anche
l’onere per la collettività che paga il suo stipendio.
Con la crescita della benzina il mio reddito cala e
pensi che noi taxisti non abbiamo neanche una banca. Se
volo lo faccio con le straordinarie offerte di GROUPON
mentre Lei vola con le straordinarie offerte di Palazzo
Montecitorio. Per me i penati erano i protettori latini
della casa e tedesco è un abitante della Germania. E per
Lei? Avrei altre amenità, ma queste bastano e avanzano
per chiederLe: Segretario, tra noi due, chi è che ha la
schiena dritta? Eppure con un pizzico di modestia
avrebbe potuto studiare e capire una realtà così
complessa e diversa tra Udine e Napoli o Cesenatico e
Milano. Capire che non tutte le Partite Iva erano
berlusconiane e che la morte dei negozi non è una bella
cosa. Che le precedenti liberalizzazioni hanno reso le
oligarchie ancora più forti. Perché non liberalizzare la
RAI e abolire il canone ? E’ corretto che questa azienda
si confronti con network che non ce l’hanno? Non è per
caso che in RAI avete qualche conflitto di interesse? I
finanziamenti ai partiti e ai giornali è sicuro che
rientrino nelle ottiche economiche di Adam Smith? Avrei
voluto un’Italia diversa, un’Italia dove il PD propone
la nomina di Tina Anselmi a senatrice a vita e non
quella di Mario Monti. Quando avrà un po’ di tempo mi
spieghi, con parole semplici, i sacrifici equi che Lei,
Ichino e Napolitano avete fatto o farete. Ecco la mia
proposta: con uno dei vostri redditi possono vivere
decorosamente 20 disoccupati e allora assumetene 19 a
testa e fategli fare lavori socialmente utili in
Parlamento o al Quirinale. Sicuramente ne guadagnerete
in credibilità e noi taxisti potremo anche raddoppiare
le licenze. Le proporzioni ci sono tutte. Sappia signor
Bersani che mi batterò con ogni mezzo lecito. Non mi
importa di essere paragonata ad un camionista cileno.
Vivo la crisi attuale causata dai banchieri e non starò
a guardare mentre un ex banchiere mi distrugge. Sono
anch’io un’ ex, un’ ex che ha perso il posto di lavoro e
ne ha cercato un altro, senza gravare sulla
collettività. Combatto non per la lobby, ma per il
futuro di mio figlio e dalla mia famiglia. Non si
rattristi per il fatto di avermi persa come elettrice;
presto l’on. Calearo tornerà nella casa comune per dare
nuova linfa al partito. Un saluto.
Da Bologna, Parma 15
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UNA LETTERA A
REPUBBLICA (CHE AD OGGI NON PUBBLICA)
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Egregio Direttore,
sono una taxista, una lettrice di Repubblica
ed un ex elettrice e sono anche stata candidata del PD;
presento il mio curriculum perché utile a comprendere
ciò che segue. La mia regola è che prima di parlare devo
essere informata ed ho cercato di trasmettere questo a
mio figlio. Oggi mi permetto di dirlo a Lei, al suo
giornale e soprattutto al partito che ha dichiarato
guerra alla mia categoria. Del “Pianeta Taxi” non si sa
nulla, sebbene i politici siano nostri clienti. Non
costiamo nulla alle amministrazioni comunali e
garantiamo un servizio con tariffe controllate con
nostre auto ibride ed ecologiche. Il costo orario di un
taxi (24 euro/ora) è inferiore al costo di un qualsiasi
artigiano ed il caro benzina per noi non è una
variabile. Il mercato delle licenze, ogni nuovo taxista
lo subisce e lo paga a caro prezzo (12 ore di lavoro
giornaliere compreso Natale e San Silvestro). Il
tassametro fiscale dovrebbe far parte di una norma che
il Parlamento non ha mai votato e noi nel frattempo ci
adeguiamo ai criteri degli studi di settore. Nessun
organo pubblico si è mai occupato seriamente
dell’abusivismo né del problema sicurezza. Eppure ogni
tanto ci scappa il morto e spesso la rapina. La notte
trasportiamo di “tutto” eppure quel “tutto” in un paese
civile non dovrebbe esistere, ma per noi esiste. Se c’è
un taxista disonesto lo denunciamo e lo emarginiamo: non
lo facciamo eleggere in Parlamento. Il signor Bersani ne
ha fatto una guerra ideologica. Sarebbe invece bastato
studiare la realtà di un’Italia così diversa tra Udine e
Napoli o Cesenatico e Milano. Sarebbe bastato capire che
a Roma Alemanno non ha vinto grazie ai taxisti, ma è
Rutelli che ha perso perché politicamente vecchio e
imposto. Cambiare le cose in Italia si può e si deve, ma
centrando i veri obiettivi che sono la corruzione e
l’evasione fiscale. Questo ci differenzia dall’Europa.
Abbiamo già visto gli effetti delle liberalizzazioni del
prezzo della benzina e delle polizze assicurative.
Abbiamo assistito alla vendita del Credito Italiano e
della Commerciale. Qual é stato il beneficio per il
paese? Sa chi è diventato proprietario della Comit?
Anche io vorrei vivere in un’Italia diversa, un’Italia
ad esempio dove si nomina senatrice a vita Tina Anselmi.
Comunque, egregio Direttore, lotteremo con forza con
ogni mezzo lecito. Viviamo la crisi attuale causata dai
banchieri e non staremo a guardare mentre un ex
banchiere ci distrugge. Anche il taxista è un ex, un ex
che ha perso il posto di lavoro e ne ha investito,
rischiato e cercato un altro, senza gravare sulla
collettività. Combattiamo non per una fantomatica lobby
o corporazione, ma per il futuro di migliaia di
famiglie. Ci aspettiamo il sostegno di tutte le
amministrazioni comunali. Sono in gioco i servizi di
assistenza a prezzi controllati per anziani e handicap,
i servizi notturni e quello radiotaxi, per noi molto
oneroso. Se si vuole un servizio “alla greca” allora che
tutti e dico tutti si abituino a scendere in strada a
qualsiasi ora e con qualsiasi tempo a fermare un taxi
con la mano. Se arriva... Un Buon Anno.
Da Bologna, Parma
15 |
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Sottoscriviamo il
messaggio di Parma 15 |
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STAMPA |
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LA REPUBBLICA
BOLOGNA - IN TRENT’ANNI SOLO 40 NUOVE LICENZE - la lobby dei
tassisti colpisce ancora
di ENRICO MIELE -
04 gennaio 2012
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Benzina alle
stelle, clienti in calo e lo spettro delle
liberalizzazioni di Monti che incombe. Per molti
tassisti bolognesi il nuovo anno assomiglia a una via
crucis. A turbarne il sonno è soprattutto il decreto
"Cresci Italia" del governo, che mira ad abolire le
licenze dei taxi, con l'obiettivo di moltiplicare le
auto bianche in circolazione. Una prospettiva vista come
il fumo negli occhi dai 700 tassisti del capoluogo, che
in passato hanno spesso stoppato i tentativi di Palazzo
d'Accursio di aumentare il numero di vetture. Negli
ultimi trent'anni, il Comune di Bologna ha infatti
rilasciato solo 41 licenze in più (e tutte in una
volta). L'unico a riuscirci, nel 2007, fu l'ex sindaco
Sergio Cofferati che, sulla scorta delle "lenzuolate" di
Bersani, allora ministro, la spuntò dopo una lunga
trattativa con le associazioni di categoria, portando il
numero dei taxi da 665 agli attuali 706 (ma l'ipotesi
iniziale era 800), con un rincaro tariffario dell'8%. E
così gli aspiranti tassisti sborsarono 150mila euro a
testa per portarsi a casa il permesso di circolazione,
consentendo un incasso di oltre sei milioni di euro alle
casse comunali. Da allora, più nulla. Eppure in questi
anni l'aeroporto Marconi ha triplicato i passeggeri,
soprattutto dopo che la Ryanair ha eletto Bologna tra i
suoi hub principali. I turisti hanno sfondato il tetto
dei tre milioni, ma di nuovi taxi all'orizzonte neanche
l'ombra. E non a caso il valore di una licenza sotto le
Due Torri, secondo Bankitalia, supera i 250mila euro.
Una piccola assicurazione sulla vita. Quei pochi che
hanno la possibilità di accaparrarsene una (comprandola
a peso d'oro da un collega) si dividono in due grandi
cooperative: 545 sono associati alla Cotabo, 130 a Radio
Taxi Cat, il resto indipendenti. In rapporto alle sue
dimensioni, Bologna conta 18 taxi ogni 10mila abitanti.
Un dato in media con le piccole città, ma molto basso se
confrontato col numero dei tassisti che girano a Milano
(40 vetture ogni 10mila), Napoli e Torino. Tanto per
fare un paragone con l'estero, ogni 10mila residenti a
Parigi ci sono oltre 80 taxi. Ogni anno a Bologna i
clienti che chiamano il centralino per prenotare un taxi
sono oltre 1,2 milioni. Ma la crisi ha portato al crollo
delle telefonate dirette ai posteggi. A loro carico i
conducenti hanno l'acquisto dell'auto e la benzina.
"Bisogna sfatare il mito che siano i tassisti ad
aumentare le tariffe - spiega il presidente della
Cotabo Riccardo Carboni - è il Comune a deciderle e
sono ferme da anni". Vero, però restano alte. Sotto le
Due Torri appena si sale su un taxi il tassametro parte
da 3 euro (4,7 nei festivi, 5,6 la sera). Costo più
basso di Firenze (dove la corsa parte da 5 euro), ma più
oneroso di Roma (2,8). Alte anche le tariffe del
tragitto: qui si pagano 1,15 euro per ogni chilometro
percorso, mentre a Genova e a Milano la media è 90
centesimi. Di notte infine il costo di una chiamata al
radiotaxi può arrivare a 7,9 euro. A sorpresa però,
almeno guardando i redditi, i tassisti bolognesi
incassano poco. In media infatti dichiarano a testa
circa 30mila euro l'anno lordi (ma sono esentati
dall'obbligo di rilascio ai clienti della ricevuta
fiscale). |
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E' ufficiale: Ezio
Mauro vuole aprire un flotta di taxi a Bologna
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"LA REPUBBLICA" SUI
TAXI
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La difficile
partita che si gioca sulle strade delle grandi città
vede protagonisti i tassisti. Una categoria
tradizionalmente corporativa che punta tutelare
interessi ormai radicati nel mestiere del trasporto
persone: le licenze, originariamente concesse a titolo
quasi gratuito dai Comuni, sono diventate una sorta di
buonuscita per chi decide di lasciare questo lavoro. Le
licenze dunque si pagano e a caro prezzo: si tratta di
decine di migliaia di euro per poter entrare in un
business che si rivela poco concorrenziale rispetto agli
altri Paesi industrializzati. Nell’agosto scorso un vero
e proprio colpo di mano della maggioranza ha di fatto
bloccato una sia pur timida liberalizzazione del
settore. Un emendamento contenuto nella legge di
conversione del dl 138 ha di fatto escluso i taxi
"dall’abrogazione delle restrizioni". La deregulation,
quindi, parte in salita. Oggi i Comuni hanno le armi
spuntate e difficilmente potranno emettere nuove licenze
per rafforzare il servizio. Ma il governo Monti ha già
inserito nella sua agenda la questione.
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LA RISPOSTA DI
UNICA TAXI MILANO
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Non ricevendo noi
dallo stato più di 16 milioni di euro all'anno come il
gruppo Espresso Repubblica rispondiamo sulle pagine
Unica Taxi Milano FB alle falsità contenute
nell'articolo sopra riportato. Partiamo dal supposto
colpo di mano della maggioranza citato nell’articolo: se
l’imbelle estensore dell’anonimo articolo si fosse
degnato di leggere la manovra, si sarebbe accorto che
l’emendamento che ribadiva la legge 59/10 era a firma di
senatori di maggioranza e opposizione. Questo consenso
bipartisan testimonia il fatto che si è dovuti ricorrere
ad una modifica della totale liberalizzazione (“sia pur
timida” la definisce eufemisticamente l’anonimo), visto
che anche la Bolkestein (nella sua furia
liberalizzatrice), salva alcune categorie, citando fra
queste espressamente i taxi per il ruolo di servizio
pubblico. La stessa superficialità si rileva
nell’affermazione che il settore taxi in Italia sia
“poco concorrenziale rispetto agli altri Paesi
industrializzati”. Con buona pace dell’ignoranza,
facciamo presente che questo, semplicemente non è vero.
Per informazione dell’anonimo redattore le licenze a New
York, hanno appena raggiunto la cifra di un milione di
dollari. Nella maggior parte dei “paesi
industrializzati” (magnifica espressione desueta,
complimenti) le licenze sono contingentate e dove si è
tentata una liberalizzazione, si sono creati problemi in
particolare per l’utenza. Le falsità continuano poi con
l’affermazione che “i Comuni hanno le armi spuntate e
difficilmente potranno emettere nuove licenze per
rafforzare il servizio”. I comuni possono emettere le
licenze che ritengono necessarie e continuano a farlo
anche a titolo oneroso: In numerose città, a partire da
Bologna, sono state emesse recentemente a pagamento
delle licenze taxi utilizzando la 248/06. Liberalizzare
le licenze non consentirebbe la vendita di licenze da
parte dello stato e comporterebbe la perdita
dell’imposta sulle compravendite delle licenze così come
sottolineato dai tecnici del senato nei documenti
preparatori del dl 138. Un insieme di falsità di questo
genere però è troppo evidente, un redattore non può
essere così disinformato. La domanda che ci si pone è
quindi: a chi serve un articolo del genere? Si vuole
dimostrare che il liberismo è la via da seguire anche
quando è sotto agli occhi di tutti il fallimento del
modello? Speriamo che il redattore capo della sezione
economia di Repubblica si degni di rispondere.
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POLITICI |
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DISCORSO DELL'ON.
FRANCESCHINI ALLA CAMERA DEL 16 DICEMBRE 2011
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"...in soli nove
giorni, è stata esaminata, corretta e approvata la
manovra, e la fiducia viene messa non sul
maxiemendamento del Governo, ma sul testo approvato
dalle Commissioni (Applausi dei deputati del gruppo
Partito Democratico). Poi, sulla frenata alle
liberalizzazioni, vorrei essere molto chiaro. Abbiamo
letto le parole di alcuni membri del Governo, come il
Ministro Passera e il sottosegretario Catricalà. Allora,
non buttate più comodamente sul Parlamento la frenata
sulle liberalizzazioni (applausi dei deputati dei gruppi
Partito Democratico, Futuro e Libertà per il Terzo Polo
e Misto-Alleanza per l'Italia).
Se volete essere
chiari, chiamate per nome e per cognome le forze
politiche che ci sono in questo Parlamento e riconoscete
che la frenata su taxi, autostrade e farmacie è avvenuta
contro il parere del Partito Democratico
(applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Noi avremmo voluto di più, ma continueremo la battaglia
per la crescita e per la giustizia sociale…"
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DISCORSO DELL'ON.
CICCHITTO ALLA CAMERA DEL 16 DICEMBRE 2011
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"...a tale
proposito, ricordiamo al Governo, come ha testimoniato
l’incontro di ieri dello stesso con le regioni del sud,
che può utilizzare il lavoro svolto dal precedente
Governo e mi riferisco a ciò che è stato fatto
dall’allora Ministro Fitto e altrettanto può valere per
le infrastrutture. In ordine a ciò, consentitemi, vi è
una continuità tra questo Governo e ciò che ha fatto
quello precedente. Per
quanto riguarda però - ho sentito questo tema - le
liberalizzazioni, vogliamo sgombrare il campo dalla
mistificazione, perché, consentitemi, le
liberalizzazioni non possono concentrarsi
nell’eliminazione, con metodi stalinisti, delle
farmacie, dei tassisti e degli avvocati o degli ordini
professionali. Noi abbiamo sempre ritenuto che il
progetto di liberalizzazione e di privatizzazione fosse
di alto livello e che riguardasse, in primo luogo, la
privatizzazione dell’acqua, che un dissennato referendum
ha fatto saltare da coloro che oggi cercano di rifarsi
una verginità sul terreno magari delle farmacie
(Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà),
e quella delle energie, delle ferrovie, delle poste e
delle autostrade. Non siamo stati noi che abbiamo
giocato su questo terreno. Allo stesso modo, per ciò che
riguarda la privatizzazione delle aziende locali e
regionali e la ristrutturazione e poi la messa in
vendita, del patrimonio immobiliare dello Stato..."
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DICHIARAZIONE DEL
SINDACO DI ROMA ALEMANNO
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"Non accettiamo che
il settore del trasporto pubblico locale non di linea
venga stravolto da forme di liberalizzazioni selvagge.
Abbiamo avuto rassicurazioni dal Governo in questo
senso, ma deve essere chiaro che, se queste
rassicurazioni si rivelassero infondate, non esiteremo a
difendere una categoria che paga un prezzo altissimo
all’abusivismo. Il vero nemico non solo dei tassisti ma
di tutti i cittadini sono appunto le vaste sacche di
abusivismo che esercitano questa professione con
concorrenza sleale, senza forme di controllo né di
tassazione. Non vogliamo che grandi gruppi
imprenditoriali e commerciali, magari diretta emanazione
dell’industria automobilistica, prendano il controllo
del mercato distruggendo una categoria che ha la sua
migliore espressione sia nelle forme cooperative che nel
lavoro indipendente dei singoli tassisti".
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MARIO
MONTI |
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Scarica
il Mario Monti pensiero 99 KB

Sono alcuni estratti dal
Corriere della Sera.
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POTERI
FORTI |
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ECCO CHI HA PRESENTATO IL
DOCUMENTO
progetto delle imprese per l'Italia
259 KB
- 30 settembre 2011
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firmatari |
sono
associati |
|
ABI -
Associazione Bancaria Italiana |
|
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ANIA -
Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici |
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Alleanza
delle COOPERATIVE ITALIANE |
LEGACOOP, CONFCOOPERATIVE, AGCI |
|
CONFINDUSTRIA |
|
|
RETE IMPRESE
ITALIA |
CASARTIGIANI, CNA, CONFARTIGIANATO, CONFCOMMERCIO,
CONFESERCENTI |
1. Liberalizzare trasporti
e servizi pubblici locali
- Istituire l’Autorità dei
trasporti e accorpare le competenze regolatorie in materia di
risorse idriche e rifiuti in capo
ad un’unica Autorità.
- Rafforzare il ruolo
dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato,
attribuendole poteri vincolanti di
verifica degli
orientamenti di liberalizzazione definiti dagli enti locali.
2. Liberalizzare le
attività economiche
- Affermare il principio di
libera concorrenza nell’art. 41 Cost.
- Indicare espressamente le
restrizioni – statali e regionali – oggetto di abrogazione ed
eliminare le eccezioni al
principio della libera
iniziativa economica, fatti salvi i motivi imperativi di
interesse generale previsti
dall’ordinamento
comunitario.
3. Liberalizzare i servizi
professionali
- Vietare la fissazione di
tariffe (fisse o minime) e prevedere l’obbligo di presentare un
preventivo scritto al cliente.
- Sottrarre i controlli
sulla pubblicità agli ordini e affermare la competenza esclusiva
dell’Autorità Garante della
Concorrenza e del
Mercato.
- Prevedere espressamente
la possibilità di costituire società di capitali, anche con soci
di ero investimento, ferma
restando la personalità
della prestazione intellettuale.
- Attribuire al Governo una
delega legislativa a riformare gli ordini professionali per:
ridurne il numero e rafforzarne i
compiti di garanzia di
qualità dell’offerta, evitando qualsiasi influenza sui
comportamenti economici degli iscritti;
- consentire limiti al
numero di persone titolate a esercitare una professione solo per
motivi di ordine pubblico,
pubblica incolumità,
sanità pubblica, pubblica sicurezza;
- ridurre le riserve legali
di attività, limitandole ai soli casi in cui siano strettamente
necessarie per la tutela di
interessi
costituzionalmente garantiti.
Di seguito, per chiarirci
meglio, vogliamo dare una "mappa" dei cosiddetti "poteri forti",
i pacchetti azionari di NTV e GRANDI STAZIONI e, soprattutto, in
quali giornali hanno partecipazioni azionarie, per non dire
possiedono (vedi Caltagirone col Messaggero oppure Luca
Cordero di Montezemolo con La Stampa, oltre chiaramente al Sole 24 Ore, organo ufficiale di tutte le
liberalizzazioni), quindi, se certi giornali sono favorevoli
alle celeberrime liberalizzazioni, panacea di tutti i mali, ora
sapete anche il perché: |
|
NTV - AZIONISTI
DEL NUOVO TRASPORTO
VIAGGIATORI
vai alla pagina
|
A gennaio 2009 il
capitale è di 87.156.763 euro e risulta così ripartito:
|
33,5% |
|
MDP Holding |
Luca
Cordero di Montezemolo |
La
Stampa, RCS |
| |
|
|
Diego Della Valle |
RCS |
| |
|
|
Gianni Punzo |
|
|
20,0% |
|
Imi Investimenti |
Intesa-Sanpaolo |
RCS |
|
20,0% |
|
Voyageurs
France Europe Partenaires |
Gruppo SNCF |
|
|
15,0% |
|
Generali Financial Holdings FCP-FIS |
|
RCS |
|
5,0% |
|
Nuova Fourb |
Alberto
Bombassei |
|
|
5,0% |
|
MaIs Spa |
Isabella
Seragnoli |
|
|
1,5% |
|
Reset 2000 |
Giuseppe
Sciarrone |
|
GRANDI
STAZIONI
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GRANDI STAZIONI
SpA è controllata al 60% da Ferrovie dello Stato e
al 40% da Eurostazioni SpA.
AZIONISTI DI EUROSTAZIONI
|
32,71% |
|
Sintonia
|
Benetton
Group |
RCS |
|
32,71%
|
|
Vianini
Lavori |
Gruppo
Caltagirone |
Il
Messaggero |
|
32,71%
|
|
Pirelli &
C. |
|
RCS |
|
1,87% |
|
SNCF Participations S.A. |
Société nationale des chemins
de fer français |
|
TTS ITALIA
http://www.ttsitalia.it/
DAVIDE RIPAMONTI - TELECOM,
M-Taxi, la soluzione made in Bocconi
E' il progetto vincitore
pensato dagli studenti sul tema dell'm-payment, in
collaborazione tra Telecom Italia il corso di laurea
specialistica in Marketing management. Proporre idee e soluzioni
per promuovere l'm-payment. E' il compito assegnato agli
studenti del corso di laurea specialistica in Marketing
management, impegnati nel Campus Abroad di Singapore lo scorso
luglio, da Telecom Italia, attiva nella sperimentazione e nel
lancio di questa tecnologia. La presentazione dei progetti e la
premiazione si sono svolte durante il workshop “M-payment:
creare esperienze e servizi mobili innovativi”, venerdì 16
settembre in Bocconi, alla presenza di Giorgio Castelli (Head of
Application and Over The Top Services) e Roberto Minerva (Focal
Point Long Term Research) di Telecom Italia, dei docenti del
corso, Margherita Pagani e Cristian Chizzoli, e di Laura
Candotti, direttore Markets and External Affairs Division
dell’Università Bocconi. A prevalere il progetto M-Taxi, di
Francesco Bellieni, Anna Randazzo, Federica De Gennaro, Ilaria
Sgaravato, Guido Tirone e Jian An Tan, “molto fedele all’assignment”,
come ha spiegato Giorgio Castelli durante la premiazione,
“perché prevede l’utilizzo della tecnologia NFC, risponde a una
precisa necessità e a una forte domanda potenziale”. La cara,
vecchia banconota infatti è ormai obsoleta. Ragioni di comodità
e sicurezza ne sconsigliano l’uso e, per le giovani generazioni
soprattutto, le alternative non mancano, anche quando si tratti
di piccole spese. Una di queste alternative, che Telecom Italia
ha in mente di implementare nei prossimi mesi, è proprio il
mobile-payment, la possibilità cioè di pagare qualsiasi cosa,
dall’abbonamento ai mezzi pubblici al conto del ristorante o
l’ingresso al cinema, tramite il proprio telefonino. Ma è solo
l’inizio. Perché le applicazioni possibili del mobile-payment
sono molte, grazie soprattutto alla tecnologia NFC (Near Field
Communication), basata su microchip dotati di antenna e batteria
(RFID, Radio Frequency, Identification) che consentono di
ricevere e trasmettere informazioni in radiofrequenza,
identificando automaticamente oggetti o persone. “L’idea è
stata quella di concentrarci sul settore del trasporto pubblico
e in particolare su Roma, una realtà che conosco bene”, spiega
Francesco Bellieni, 22 anni, romano, iscritto al corso di laurea
specialistica in Management, “dove, nonostante la grande
estensione, esistono solo due linee di metropolitana”. Il grosso
del trasporto pubblico infatti si svolge soprattutto sulle linee
di superficie, ostiche per i turisti, la categoria presa in
esame perché più interessata, rispetto a quella business, alle
attrattive culturali e di svago della città, turisti che quindi
ricorrono sempre più spesso al taxi. “I dati sul turismo a Roma
sono in costante crescita”, spiega Francesco, “e quindi la
necessità per i taxisti di fornire un servizio adeguato aumenta.
Sui taxi romani, per esempio, è quasi impossibile pagare con
carta di credito, ecco quindi che l’m-payment risolverebbe un
primo problema”. Ma non è tutto qui il contributo che la nuova
tecnologia potrebbe dare, molti sono i servizi accessori.
“Attraverso l’applicazione mobile è possibile coinvolgere altri
player come hotel, ristoranti o il Comune di Roma, per esempio,
per la segnalazione di eventi. Il turista, comodamente seduto
nel suo taxi, può così raccogliere informazioni e programmare la
sua vacanza”. Il ruolo di Telecom Italia è ovviamente centrale,
perché fornisce le infrastrutture (il terminale NFC nel taxi), è
l’operatore del cliente e mette in contatto domanda e offerta.
“Il guadagno di Telecom può derivare da una percentuale sulle
transazioni, dalla cessione in leasing della macchinetta (noi
abbiamo pensato a un costo di 240 euro), più un canone mensile
che realisticamente potrebbe essere di 40 euro”, spiega ancora
Francesco. L’idea è stata molto bene accolta dai potenziali
turisti, un campione di oltre 100 cittadini intervistati su
internet, scelti nella popolazione dai 30 anni in su, “quella
che per capacità di spesa prenderebbe più facilmente il taxi”,
e inoltre si rivolgerebbe a un settore, quello dei trasporti,
dove Telecom sembra decisa a puntare. E infatti il progetto
M-Taxi è già proiettato nel futuro: “Molti sono gli sviluppi
ipotizzabili, dopo la prima versione da noi progettata. Si
potrebbe introdurre un’applicazione per far scegliere che tipo
di taxi prenotare, dall’utilitaria al minivan, la possibilità
del car sharing con altri turisti diretti alla stessa meta visto
che gli itinerari turistici sono in genere gli stessi, e anche
quella di lasciare feedback sul grado di soddisfazione verso il
taxista stesso in base ad alcuni parametri come la conoscenza
delle lingue, l’abilità di guida e la conoscenza della città”.
Tutto da un semplice telefonino.
http://www.bemoov.it/
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MONTEZEMOLO "TASSINARO" OFFRE UN PASSAGGIO A DUE TURISTI
Il
presidente della Ferrari si è improvvisato tassista e ha dato
ieri un passaggio a un imprenditore e a un'ex modella a Roma.
Lasciata la Maserati è salito sulla Panda della moglie
Pubblicato il 06/05/10
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Luca Cordero di Montezemolo "declassato" a tassinaro ma di
classe. E' successo a Roma in zona Trastevere, il presidente
della Ferrari all'uscita dal ristorante l'Antica Pesa ieri sera
ha dato un passaggio a due turisti americani che non sapevano
come ritornare al loro albergo. I due, un imprenditore della
Florida e un'ex modella di Gucci, avevano richiesto un taxi al
gestore del locale, ma quando il ristoratore ha risposto
sgarbatamente, Montezemolo - come si legge sul "Corriere della
Sera" - si è offerto di dare loro un passaggio. La vicenda
ricorda un episodio del film "Il Tassinaro", interpretato da
Alberto Sordi, in cui un tassista dà un passaggio ad Andreotti
all'epoca all'apice del potere politico. Il presidente della
Ferrari si trovava lì con la moglie e alcuni amici, fra cui
Pietro Calabrese e Gianni Malagò, ha parcheggiato la Maserati
con cui si muove solitamente in Capitale ed è salito sulla Panda
della moglie. Gli americani hanno accettato e hanno chiesto
quale fosse il lavoro di Montezemolo: "Ho visto la sua foto nel
ristorante, lei è un attore", ha chiesto il turista. "No, sono
il presidente della Ferrari. Non volevano crederci, poi ho
consegnato loro un biglietto da visita, si sono convinti e mi
hanno anche riconosciuto. Pensi che questo imprenditore ha anche
due Ferrari", ha raccontato al giornalista del quotidiano di via
Solferino. Il tragitto è stato breve (da via Garibaldi al
lussuoso Hotel de Russie in piazza del Popolo), ma il gesto è
stato comunque nobile. Il motivo? "Non tollero che si parli male
del mio Paese, di Roma e della gente che lavora fra mille
difficoltà. Se facessimo squadra l'Italia non avrebbe altri
rivali al mondo", ha concluso Montezemolo. (Apcom)
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LUCA DI
MONTEZEMOLO -
relazione annuale del Presidente di Confindustria, Roma 24
Maggio 2007
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"La battaglia della concorrenza,
insieme all'internazionalizzazione e all'innovazione, è stata il
principale riferimento ideale della Confindustria di questi
ultimi anni. Abbiamo ottenuto dei risultati quando la
concorrenza sembrava una battaglia ormai abbandonata. Dal 2004
abbiamo lanciato una campagna per la concorrenza come progetto
comune e trasversale a tutte le categorie e a tutti gli
interessi. Abbiamo imposto questi temi al centro del dibattito.
Il Governo, con il Ministro Bersani, ha avviato un processo,
apprezzabile ma ancora insufficiente, di liberalizzazioni.
Dobbiamo approfittare del clima favorevole che si è creato e
imprimere, cominciando dai provvedimenti che sono già in
Parlamento, una forte accelerazione in tanti settori ancora
chiusi alla concorrenza: energia, professioni, servizi pubblici
locali, pubblica amministrazione. Chi ha fiducia nella capacità
della sua impresa o del proprio paese non ha paura della
concorrenza. Io credo profondamente nell'Italia e negli
italiani. Nella nostra società ci sono molte eccellenze, in
tutti i campi, non certo solo tra gli imprenditori." |
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Luca di Montezemolo non è più Presidente di Confindustria
ANTONIO
CATRICALA' 1
LA REPUBBLICA
affari e finanza, 22 settembre 2008, di ALBERTO STATERA
OLTRE IL
GIARDINO.
Il conflitto di interesse del Robin Hood dei consumatori
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Antonio Catricalà, presidente
dell'Antitrust ed esimio giurista, è fin da piccolo un personaggio
«chiacchierino». Tanto che nel 1969, quando frequentava la seconda liceo
a Catanzaro, al «Pasquale Galluppi» di Corso Mazzini, si beccò cinque in
condotta. Lui racconta che l'insufficienza disciplinare, censurata dal
padre Celestino, leader dei repubblicani lamalfiani catanzaresi, gli fu
data perché i professori pensavano che fosse un leaderino sovversivo del
Movimento studentesco, visto che per cinqueminuticinque aveva «occupato»
un'aula al grido «potere operaio, potere studentesco». Fatto sta che,
quasi quarant'anni dopo, l'oratoria è frequente e cospicua soprattutto
quando Catricalà, da consumato comunicatore, si accredita come Zorro del
libero mercato e Robin Hood dei consumatori vessati dai monopoli.
Indiscutibilmente bravo giuridicamente, il presidente dell'Antitrust ha
fatto fin qui opera egregia (relativamente) in un paese che sui
conflitti d'interesse e sui poteri monopolistici è adagiato da decenni.
Per cui ha alquanto stupito il fragoroso silenzio sulla tragedia
Alitalia, che nei suoi incredibili «profili», come dicono i giuristi,
offre pane infinito per i denti dell'Antitrust, come ne offrirebbe a
quelli della Consob. Qualcuno dei «profili» lo ha suggerito in un paio
di lettere a Catricalà Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori del
Partito Democratico, rilevando come «nei casi di urgenza dovuta al
rischio di un danno grave e irreparabile per la concorrenza»
l'ordinamento attribuisce alla Commissione la facoltà di adottare
d'ufficio «misure cautelari». Quale caso più dell'Alitalia segnalava
tale opportunità a un Garante attento e solitamente occhiuto? Erano
sotto gli occhi di tutti non solo il conflitto d'interessi, piuttosto
evanescente se non sul piano dell'opportunità, della presidente della
Confindustria Emma Marcegaglia, ma anche quelli ben più concreti di
alcuni degli altri soci della Cai: da Benetton a Riva, da Ligresti al
Fondo Clessidra. Ma il giustiziere dei consumatori, lo Zorro del libero
mercato, in questo caso è diventato un po' afasico, suscitando anche
l'intervento di un gruppo di giuristi ed economisti di varie università
italiane. Non si è accorto neanche delle ondivaghe dichiarazioni del
premier, da sei mesi a questa parte tutte orientate a creare quantomeno
quella che si chiama turbativa di mercato. «Non possiamo assolutamente
accettare dichiarò Silvio Berlusconi il 28 marzo scorso che Alitalia sia
venduta ad Air France e quando saremo al governo non concluderemo una
trattativa alle condizioni che abbiamo conosciuto. Da Air France sono
state presentate condizioni irricevibili e offensive». Poi Berlusconi al
governo ci è arrivato per la terza volta, ha messo insieme, con lusinghe
e minacce, la cordata dei diciotto «coscritti» e, da presidente del
Consiglio, nel dramma delle ultime giornate, si è espresso prima a
favore della Lufthansa come socio industriale della nuova Alitalia, per
smentirsi soltanto poche ore dopo, incoraggiando di nuovo Air FranceKlm.
Si son visti gli effetti. Essendo evidente che le dichiarazioni del
presidente del Consiglio in carica possono incoraggiare o scoraggiare
possibili acquirenti, cos'è questa se non turbativa di mercato? Ma
Catricalà è rimasto afasico. Apprezzato a destra come a sinistra,
maestro di dottrina, abilissimo nel riposizionarsi con qualsiasi
governo, nominato segretario generale della presidenza del Consiglio da
Berlusconi nel 2001 e poi spedito all'Antitrust, Catricalà uomo capace
di umana gratitudine ha oggi un problemino: le competenze affidate
all'Antitrust in materia di conflitto d'interessi. Come fa Catricalà a
sfoderare tutta la sua dottrina in materia se uno degli uomini cui dev'essere
più grato è il vivente monumento universale al conflitto d'interessi?
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ANTONIO
CATRICALA' 2 - LA CASTA,
RIZZOLI EDITORE, pgg. 187,188 di SERGIO RIZZO, GIAN ANTONIO STELLA
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....Oltre
a quello dei ministri, dei viceministri e dei sottosegretari, il governo
di Romano Prodi ha battuto nel 2006 anche il record dei magistrati
amministrativi ingaggiati in vari ruoli (generalmente come capi di
gabinetto o responsabili dell'ufficio legislativo) nell'esecutivo. Fino
ad arrivare a 37. Ai quali vanno sommati 3 giudici al Quirinale, uno al
Comune di Roma, una decina alle authority. Un organico mostruoso. Che
automaticamente ha non solo ingigantito ulteriormente l'annoso problema
di incompatibilità. Ma ha svuotato uffici, dai Tar al Consiglio di
Stato, che già erano sepolti sotto montagne di processi arretrati che
oggi sono ancora più difficili da smaltire. La relazione del presidente
del Consiglio di Stato per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2007
dice che in quel momento i suoi uffici sono sepolti sotto 20.465 cause
arretrate. Il che significa, stando alle tabelle prestabilite che
fissano in circa 4800 le cause che a pieno organico possono essere
definite annualmente, che se per un miracolo smettessero di arrivare
nuovi processi, il «tribunale d'appello» della giustizia amministrativa
andrebbe avanti per anni, prima di liberarsi dei fascicoli vecchi.
Eppure, in una situazione tale di emergenza, su 122 consiglieri
complessivi, 39, quasi un terzo, sono stati «prestati» al governo.
Direte: perché nessuno blocca l'emorragia? Risposta facile perché un
magistrato che viene distaccato a lavorare al ministero può prendere
insieme due stipendi: quello che conserva di giudice (dai 6000 euro
netti al mese in su) più quello di «tecnico» al servizio del governo.
Direte ancora: al di là dell’umano egoismo dei singoli che ovviamente
preferiscono avere due stipendi invece di uno, perché non interviene il
Consiglio di presidenza degli amministrativi? Per due motivi. Il primo è
che ogni tentativo di moralizzazione ha sempre incontrato ostilità della
corporazione. Il secondo è che nell'organo di autogoverno, alla faccia
dell'opportunità morale della cosa, ha un incarico ministeriale una
buona metà dei membri. Vi chiederete: quanto guadagnano con questi
incarichi extra tutti questi magistrati prestati al governo? Una volta,
oltre al prestigio e al potere, incassavano un paio di milioni in più al
mese. Ma dal 2001 la legge è cambiata. E il capo di gabinetto di un
ministero importante può essere pagato (sempre al di là dello stipendio
da consigliere di Stato) centinaia di migliaia di euro. Ma esattamente
quanto, visto che si tratta di soldi pubblici dati a funzionari pubblici
e regolati dalla legge del '96 sulla trasparenza degli stipendi
pubblici? Il Consiglio di presidenza lo chiese nel 2003 al governo con
una lettera ufficiale. Risposta firmata da ANTONIO CATRICALA',
consigliere di Stato e capo di gabinetto di Palazzo Chigi prima di
essere promosso all'Antitrust: informazioni riservate. Privacy. Una tesi
sconcertante. Successivamente smontata: oggi sappiamo, per esempio, che
Corrado Calabrò e lo stesso CATRICALA' come presidenti delle rispettive
authority guadagnano circa 420.000 euro l'anno. Ma una tesi che da
l'idea di quanto potere abbia sempre avuto questo battaglione di capi di
gabinetto, capi degli uffici legislativi e capi delle segreterie che di
fatto sono i veri direttori d'orchestra della pubblica amministrazione.
Un potere così solido e roccioso che quando si è cercato di infilare nel
disegno di legge di riforma delle autorità indipendenti una norma che
impediva ai consiglieri di Stato di diventare membri delle authority,
quella norma saltò all'istante: giù le mani dalla lobby delle toghe
amministrative.

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ANTITRUST |
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Ecco le
segnalazioni dell'antitrust fatte nel corso degli anni
in merito al settore taxi ed ncc
Comunicato stampa del 3 marzo 2004 - segnalazione AS277
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Distorsioni della concorrenza nel mercato del servizio
taxi
Bollettino n. 7/2009 - segnalazione AS501
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Disciplina dell’attività di noleggio con conducente
(disegno di legge di conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n.
207)
Bollettino n. 16/2010 - segnalazione AS683
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Disciplina dell'attività di noleggio con conducente
Bollettino n. 26/2010 - segnalazione AS722
10 KB

Servizio taxi sui collegamenti da e per gli aeroporti
Bollettino n. 27/2011 - segnalazione AS853
10 KB

Disciplina dell’esonero dall’obbligo di rilascio della
ricevuta e dello scontrino fiscale per determinate
categorie di contribuenti con particolare riferimento
alle prestazioni di trasporto rese a mezzo taxi e ncc
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GRECIA |
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TAXI
ANCORA IN SCIOPERO - 11 settembre 2011
Il disegno di Legge
approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri
greco il quale liberalizza di fatto il comparto taxi,
offre l’ingresso a compagnie locali e straniere
invadendo lo spazio vitale dei tassisti ed usufruendo
addirittura di fondi del governo per acquistare flotte
di auto e posteggi. La legge prevede:
1) Il diritto di
formare società SA e LTD (probabilmente S.p.A. e S.r.l)
2) licenze
rinnovabili ogni triennio e non cedibili
3) tasse meno
consistenti alle società più grandi
4) norme specifiche
per i contratti di affitto a terzi
5) vetture poco
inquinanti e seminari di formazione per i tassisti
6) finanziamenti
per acquisto di veicoli poco inquinanti.
I tassisti si
vedranno costretti a cedere le proprie licenze a delle
società le quali li sfrutteranno e l’ingresso di gruppi
industriali porterà allo sfruttamento di masse di
lavoratori e alla conseguente perdita di lavoro da parte
dei “padroncini” odierni. Naturalmente contro tutto
questo è stato proclamato l’ennesimo sciopero della
categoria. tradotto e riadattato da:
http://www.rizospastis.gr/
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Manca solo la
cessione di un rene...
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IL SONDAGGIO |
SONDAGGIO
ISPOS PA
Il sondaggio è stato realizzato per "IL SOLE 24 ORE" presso un
campione casuale nazionale rappresentativo della popolazione italiana
maggiorenne secondo età, genere, livello di scolarità, area geografica
di residenza, dimensione del Comune di residenza. Sono stati realizzati
in totale 7.805 contatti: 931 le interviste complete e 6.874 rifiuti
nella giornata del 14 maggio 2007, tramite interviste telefoniche (CATI).
Il documento informativo completo sul sondaggio è stato inviato, ai
sensi di legge per la sua pubblicazione, al sito:
http://www.agcom.it/
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In
particolare le sembra che dopo questi decreti
ci siano stati o
no dei miglioramenti per quel che
riguarda il servizio taxi |
TOTALE
INTERVISTATI |
elettori
liste Unione |
elettori
liste CDL |
elettori
altre liste/ non voto/ non indicano |
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molti
miglioramenti |
1% |
2% |
0% |
0% |
|
qualche
miglioramento |
18% |
25% |
14% |
15% |
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nessun
miglioramento, le cose sono rimaste uguali |
19% |
16% |
21% |
18% |
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le cose sono
peggiorate |
5% |
2% |
6% |
9% |
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(non sa) |
57% |
55% |
59% |
58% |
|
totale |
100% |
100% |
100% |
100% |
Stando a
questo sondaggio sembra che alla maggioranza degli italiani il servizio
taxi importi poco.....

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