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> OPINIONI
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HONG KONG |
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IL CARO TAXI DI
HONG KONG - Oltre 500 mila euro per la licenza - 460
mila euro per la licenza, oltre a un deposito
cautelativo altrettanto milionario. Le licenze dei taxi
di Hong Kong sono diventate un investimento finanziario.
Manca solo che finiscano in borsa - 07 febbraio 2011

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Le licenze per
guidare un taxi a Hong Kong sono così care che stanno
diventando un settore per investimenti finanziari.
Cinque milioni di dollari di Hong Kong (oltre 460.000
euro), con almeno un milione e mezzo di dollari di Hong
Kong da versare subito solo come deposito, e' il costo
astronomico che ha raggiunto una licenza per taxi
nell'ex colonia britannica. Un prezzo che sta spingendo
molti cittadini di Hong Kong a cambiare l'obiettivo dei
loro investimenti, cercando di acquistare licenze,
secondo quanto riferisce il quotidiano South China
Morning Post. Fino a poco tempo fa la maggior parte
delle persone in possesso di un po' di risparmi avrebbe
scelto di acquistare azioni o magari un piccolo
immobile. Ma ora la tendenza pare stia cambiando. Il
mese scorso il costo di una licenza di taxi ha superato
i cinque milioni di dollari di Hong Kong, più del 36%
rispetto all'anno precedente. Secondo gli esperti,
occorre comunque prudenza. Il rischio, infatti, potrebbe
essere quello di una bolla, soprattutto considerando che
la maggior parte degli acquirenti di questo tipo di
licenza e' costituita da investitori che non hanno
familiarità con l'industria. Chan Man-Keung, direttore
di taxixchange.com, una grande piattaforma di trading
per la licenza di taxi e broker di esperienza, ha detto
che i taxi sono considerati un buon investimento, in
particolare per i pensionati e le casalinghe. "Se sei un
pensionato di 60 anni - ha detto Chan - hai solo una
piccola chance di ottenere un mutuo per una transazione
immobiliare. Al contrario il tasso di successo e'
superiore al 90% se si tratta di una licenza di taxi".
Mentre infatti le banche non sono autorizzate ad
approvare prestiti ipotecari quando il rimborso mensile
di un candidato costituisce più della metà del suo
stipendio, le restrizioni sulle licenze dei taxi sono
meno rigorose. Secondo Chan, anche calcolando le spese
iniziali, l'investimento derivante dall'acquisto di una
licenza e' di circa il 4,66%, un margine al momento più
elevato di quello ottenibile attraverso, ad esempio, un
investimento nel mercato immobiliare (assestato in media
intorno al 3,73%). Spesso gli investitori sono vecchi
guidatori di taxi che mirano a crearsi una loro
"flotta"di taxi. Il Dipartimento per i Trasporti di Hong
Kong ha smesso di concedere nuove licenze per taxi sin
dal 1994, bloccando il numero a 18,138 con la metà di
licenze in mano ad autisti di taxi e l'altra metà da
società e rivenditori, il che contribuisce a mantenere
alto il prezzo delle licenze.
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RUSSIA |
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LA RIVOLTA DEI
TASSISTI CHE SPAVENTA MOSCA - NICOLA LOMBARDOZZI - LA
REPUBBLICA - 26 luglio 2011
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Non ci sono
riusciti i difensori dei diritti umani, né quelli che
vogliono salvare le palazzine del centro dalle ruspe o
fermare la costruzione di autostrade al posto di foreste
secolari. E' probabile però che l' impresa di una vera
manifestazione di piazza, che paralizzi il traffico di
Mosca e scalfisca l' imperturbabilità del premier
Vladimir Putin, riesca a una categoria meno nobile ma
molto più decisa: i tassisti abusivi, spinti dallo
spirito di sopravvivenza e da un favore popolare che
sarebbe impossibile in molti altri paesi del mondo.
Condannati, almeno teoricamente, all' estinzione da una
ordinanza del sindaco che dal primo settembre prevede
finalmente un rigido sistema di controlli e di licenze,
i cinquantamila e passa tassisti "spontanei" di Mosca
minacciano cortei selvaggi e il blocco delle strade
della capitale, forti del loro numero e soprattutto
dell' amore della gente che in stragrande maggioranza è
schierata dalla loro parte. Il fatto è che Mosca, una
delle più grandi e popolate città del pianeta, da quasi
vent' anni non ha una vera e propria rete di taxi. Dalla
fine del comunismo nel ' 91, disciolta l' azienda
statale che forniva un servizio capillare e a buon
mercato con le sue Volga giallo canarino, tutto è
affidato all' improvvisazione nella assoluta assenza di
regole. Particolare che, in un paese dominato da regole
rigide e spesso ottuse, acquista tutto un fascino
particolare. Da anni i moscoviti e gli sbalorditi
turisti stranieri sanno che per andare da qualche parte
non ci sono parcheggi speciali da raggiungere o
centralini telefonici da chiamare. Basta mettersi sul
ciglio della strada e fare il gesto dell' autostoppista.
Pochi minuti e si fermerà un' auto, e il conducente
contratterà al volo la cifra per la meta da raggiungere.
Cifre basse, alla portata di tutti. Anche se non si è
molto abili nel mercanteggiare si possono percorrere
decine di chilometri con pochi euro. In cambio bisognerà
accettare di salire su vecchie Zhigulì o Lada degli anni
Settanta, tollerare gli scossoni dovuti ad
ammortizzatori mai revisionati, e accettare con
rassegnato spirito di sopportazione la frequente
imposizione di musica caucasica a tutto volume imposta
dalla autoradio di bordo. La maggioranza dei tassisti è
infatti di origine uzbeka o tagika. Immigrati dalle ex
repubbliche socialiste sovietiche dell' Asia. Lavorano
giorno e notte, senza pause. Si cedono l' auto a giro
tra a amici e parenti. Rispondono a un non meglio
identificato racket che con gli anni si è fatto sempre
più potente e sul quale nessuno ha mai voluto indagare.
A completare la flotta di irregolari ci sono poi i
moscoviti disoccupati, sempre di più, o semplicemente
quelli che hanno bisogno di arrotondare un po' . In
fondo è facile. I clienti sono tanti. E' come dare un
passaggio. E ci si può pagare la cena e con un po' di
fortuna anche di più. Tranne che agli stranieri di
passaggio che proprio non riescono ad accettare la cosa,
il fenomeno sta bene a tutti. Anche perché c' è una
sorta di codice d' onore che finora è sempre stato
rispettato: nessuna violenza, nessuna truffa, pochissimi
screzi con i clienti. Anche nel cuore della notte,
perfino nelle periferie più sperdute, il brivido del
passaggio a pagamento non è di fatto pericoloso. Ecco
perché l' idea del sindaco di adeguarsi agli standard
internazionali non piace a nessuno. Secondo uno schema
che appare assolutamente legittimo, il comune di Mosca
pretende che gli autisti si dotino di auto revisionate,
adottino un tassametro sigillato e verificabile, e
addirittura che abbiano una patente valida per la
Russia. Tutti particolari che taglierebbero fuori gli
attuali tassisti moscoviti e che soprattutto alzerebbero
e di molto le tariffe. La rivoluzione investirebbe anche
le rare compagnie ufficiali che attualmente presidiano
con meno di diecimila auto i grandi alberghi e gli
aeroporti. Loro hanno già le insegne, perfino i
tassametri, ma si ribellano alla "folle pretesa"
municipale di una ricevuta obbligatoria e di un
controllo medico quotidiano anti-sbornia per i loro
autisti. La rivolta è dunque nell' aria e la protesta
potrebbe giungere a sorpresa da qui a fine agosto. Il
sindacato, anch' esso abusivo, ha già scritto una
lettera a Putin mettendo in chiaro che l' aumento dei
prezzi potrebbe mandare in bestia la gente già afflitta
dalla crisi. Il premier tace. Ma è nel pieno di una
difficile campagna elettorale per le politiche di
dicembre e ci tiene agli umori della popolazione. Pare
che siano già allo studio delle proroghe per salvare gli
abusivi. La modernizzazione del paese, almeno per quanto
riguarda i taxi, può attendere.
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EGITTO |
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VECCHI, SPORCHI E PERICOLOSI SI FERMANO I TAXI DEL CAIRO
- LA REPUBBLICA - 22 maggio 2009
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La battaglia per le strade del
Cairo è cominciata. E promette di essere lunga, rumorosa
e trasgressiva. Non è la solita lotta per la
sopravvivenza nel traffico di una delle metropoli più
caotiche del mondo, né tantomeno il quotidiano braccio
di ferro tra chi infrange le regole della strada e chi
cerca di farle rispettare. L'ultima guerra che si è
scatenata sui viale e nei vicoli della capitale egiziana
l'hanno dichiarata i tassisti al governo: oggetto del
contendere la direttiva con la quale le autorità hanno
stabilito che entro tre anni tutti i taxi egiziani più
vecchi di 25 anni dovranno obbligatoriamente essere
rimpiazzati con auto più nuove. "Ridurre l'inquinamento
e il numero di incidenti sono priorità non più
rimandabili", è la linea del ministero dell'Interno che
promette di ripulire le strade egiziane entro il 2011 da
Dacia 1300 romene, Fiat 1300, Peugeot 504 e Shahins
turche. Il provvedimento riguarda migliaia di taxi (40
mila nella sola capitale), ma per il momento solo
cinquemila tassisti hanno dimostrato interesse a
cambiare macchina. A chi rottamerà il vecchio mezzo i
produttori garantiranno uno sconto fra le 2000 e le 5000
sterline egiziane (fra i 270 e i 670 euro circa)
sull'acquisto di un'auto nuova, le banche mutui a tassi
favorevoli e il ministero dei trasporti un finanziamento
mensile e l'assegnazione di una campagna pubblicitaria
da esporre sulle portiere: i proventi andranno
direttamente al proprietario della macchina. Qualche
settimana fa le prime auto nuove sono arrivare, i
tassisti hanno capito che la legge, almeno in questa
prima fase, non sarebbe rimasta sulla carta e per questo
hanno cominciato a protestare. Walid, impiegato pubblico
e, come secondo lavoro, tassista, è stato fra i primi a
parlare con i giornalisti: "Guadagno 1000 sterline al
mese guidando ed è il doppio di quanto prendo in
ufficio. Non cambierò la mia macchina a meno che non mi
forzino". "Lo stato dell'auto dipende dal proprietario e
dall'autista, non dall'anno di produzione. La mia è
degli anni 70 ma è in condizioni migliori di molte
vetture nuove", ha insistito con i cronisti del
settimanale Al Ahram un altro tassista, Ahmed Sayed. A
prima vista il governo non sembra intenzionato a
fermarsi. "I freni sono quasi distrutti. Le ruote
possono staccarsi. Queste auto provocano un grosso
numero di incidenti", ha detto commentando le polemiche
Sharif Gomaa, del ministero dell'Interno. Ma un esperto
della vita dei taxi cairoti come Khaled al Khamissi
ritiene che ancora una volta la riforma non passerà.
"Non perché non sia una buona idea - spiega - - ma
perché, come spesso accade, l'applicazione è pessima. Le
auto fra cui i tassisti possono scegliere per accedere
ai finanziamento sono modelli cari e vecchi come la Lada
russa. Tutti sanno che nel giro di due anni questa
macchina sarà rotta e inquinerà tanto quanto quelle che
hanno 30 anni". Al Khamissi sa di cosa parla: nel 2007
il suo primo libro ("Taxi, le strade del Cairo si
raccontano"), storie ed aneddoti sulla vita quotidiana
nella capitale egiziana vista attraverso i finestrini)
vendette centinaia di migliaia di copie e fu ristampato
sette volte. "È come provare a mettere il trucco sul
viso di un morto per farlo sembrare più giovane,
ironizza l'autore. Il governo vuole migliorare l'aspetto
del Cairo e cosa fa? Propone modelli scadenti e costosi.
E come pensano i tassisti possano pagarle? Non possono
certo aumentare i costi delle corse che sono già tropo
care per gli egiziani". Cosa fare allora? Al Khamissi
non ha la sfera per vedere il futuro ma vive al Cairo da
anni ed è certo che questa riforma, come tante di quelle
che l'hanno preceduta, affonderà presto: "Questo è
l'Egitto, conclude, le regole che valgono per altri
paesi qui non funzionano mai"
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GERMANIA |
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L'AUTOSTRADA PER LE BICI E' REALTA'
Varato in Germania
il progetto della ‘bicistrada’: lunga una sessantina di
chilometri e larga cinque metri, collegherà Dortmund a
Duisburg: i due centri densi di popolazione del bacino
della Rhur
venerdì 10 giugno
2011
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Sarà presto
inaugurata in Germania la prima autostrada al mondo
riservata solo alle biciclette.
Sarà lunga una
sessantina di chilometri e unirà le città di Dortmund e
Duisburg, i due centri del popoloso bacino della Ruhr
che rappresenta il cuore industriale tedesco ed è, anche
per questo motivo, la regione più popolosa della
federazione e quindi anche la più congestionata da
traffico, code e ingorghi. Il piano è già varato e il
ministro dei trasporti Harry Voigtsberger ha
commissionato lo studio di fattibilità.
"La strada sarà
larga cinque metri, abbastanza - hanno commentato gli
esperti di traffico della capitale regionale Duesseldorf
- per assicurare uno scorrimento veloce e senza intoppi
al numeroso popolo dei pendolari che ben volentieri
sceglierà la bicicletta al posto dell´auto".
La bicistrada
correrà quasi ovunque più o meno parallela
all´autostrada federale A40, quella appunto che collega
Dortmund e Duisburg, ma che da arteria di scorrimento
veloce è diventata nel linguaggio popolare la "Autobahn
delle lumache": troppo traffico, troppe code, troppi
ingorghi e ritardi sul lavoro e al ritorno dal lavoro".
Il progetto, unico
nel suo genere, prevede una strada tutta asfaltata in
piano, senza pendenze né curve strette, e sprovvista di
incroci, salvo necessità assoluta, con una illuminazione
serale.
In futuro la
bicistrada potrebbe fare da esempio anche ad altre
realtà, come l’Inghilterra, dove sono state realizzate
strade simili intraurbane, e l’Italia.
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SCENARI |
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PIERO OTTONE - VENERDI' di REPUBBLICA, 17 agosto 2007 - CHI INCIAMPA SUI LIMITI DELLA LEGGE
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Un
autista di professione, un tale cioè che guida un veicolo per
guadagnarsi da vivere, mi ha detto: «Io cerco di rispettare sempre i
limiti di velocità. Per me, arrivare un po' prima o un po' dopo non è
essenziale. Neanche guido per divertimento: è il mio mestiere. E con
tutti gli autovelox in giro devo stare attento: se i mi beccano perdo
punti e rischio di perdere il posto. Ma certi limiti sono assurdi.
Niente da dire su quello di 130: giustissimo. Ma cambia di continuo.
Sullo stesso tratto di strada si passa da 130 a 110 o, chi sa perché,
115, poi a 90, poi a 60, poi di nuovo a 90, e in certi tratti a 40, a
20, addirittura a 10. A 10, capite? Impossibile rispettarli. Mi sono
fatto una regola» ha concluso. «Cerco di non non andare mai a 20 oltre
il limite. Per via dei punti».
È, quello
dell'autista, un discorso interessante; e anche un po' desolante. Lui
non è uno di quei giovani che guidano a rotta di collo per divertirsi (o
per smaltire le bevute). Un tale che guida per lavoro dice che vorrebbe
essere ligio alla legge: ma non ci riesce, perché la legge impone regole
assurde, che è difficile, se non impossibile, rispettare. Il che
dimostra quanto sia complessa la catena del malgoverno in Italia. Il
legislatore impone regole complicate, da azzeccagarbugli, fuori della
realtà. Nessuno le rispetta, perché è praticamente impossibile
rispettarle. Dite voi se vi sono veicoli che procedono a 60 chilometri
l'ora, o a 90, in lunghi tratti di strada privi di ostacoli. Le forze
dell'ordine, quelle che dovrebbero far rispettare i limiti, si trovano
pertanto di fronte a un dilemma. O fanno finta di non vedere. Oppure
approfittano dei limiti assurdi per raccogliere, in poco tempo, messe di
contravvenzioni. Comportamenti, uno e l'altro, criticabili. Se fanno
finta di non vedere, abituano alla violazione della legge: il che è
diseducativo. Se fanno messe di contravvenzioni, commettono
un'ingiustizia, perché puniscono a caso quei poveretti che, pur facendo
ciò che tutti fanno ogni santo giorno dell'anno, cadono nella rete.
È una
catena lunga, quella del malgoverno: e l'esempio di cui scrivo è solo
uno di mille. Leggi mal fatte, imposizioni saltuarie e imprevedibili.
Tanti italiani, adesso più che mai, attendono il messia che salvi il
Paese dal malgoverno, dalla confusione, dall'ingiustizia. Ma come si fa
a salvarlo, quando il male è così capillare?
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BEPPE GRILLO - DIVIDE ET IMPERA -
dicembre 2011
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Ci guardiamo con sospetto l'un
l'altro. Quell'extracomunitario che si fa pagare in nero e toglie il
lavoro a un italiano. Il droghiere che ruba sul prezzo (ma quanto costa
il prosciutto?) e, di certo, non paga le tasse. Il barista che non ti ha
dato il resto. Gli zingari che portano le malattie. I vecchi che non
vogliono morire e creano le code alla Posta, in banca, dal medico.
Questi anziani sono ovunque e prendono pure la pensione. Sono loro che
hanno creato il debito pubblico. E gli statali che non servono a nulla e
passano il tempo al bar e su Facebook? Una piaga, un esercito di 4
milioni di sfaccendati! E gli evasori? Li riconosci dall'abito firmato e
dal Suv. Bastardi! Se pagassero tutte le tasse girerebbero in panda e
con la giacchetta rivoltata come un qualunque cassintegrato. E i
corruttori? Una tangente non si nega a nessuno anche perché te la
chiedono tutti. Il criminale organizzato è diventato endemico, lo trovi
a ogni angolo di strada pronto per la rapina. Il borghese ovviamente fa
schifo. Lo diceva anche Gaber "I borghesi son tutti dei porci...". Ha
sempre e solo pensato ai cazzi suoi. Deve diventare un miserabile, la
classe media deve scomparire. Il piccolo imprenditore è una merda, se si
suicida avrà avuto i suoi buoni motivi. Il disoccupato non ha voglia di
lavorare altrimenti avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Le ragazze
che girano sole dopo le nove di sera e sono stuprate se la sono cercata.
I medici non ci sono mai quando servono ed è colpa loro se il nostro
cugino è morto in ospedale. Il vicino di casa è la controfigura dei
pazzi di "Criminal Minds", quando lo senti salire le scale chiudi la
porta a doppia mandata. I condomini, sporcano le scale con le cicche di
sigarette e le cacche del cane e non fanno la differenziata. I più
bastardi non pagano neppure le spese condominiali. Gli elettricisti, i
dentisti, gli idraulici, i falegnami e tutti i lavoratori autonomi
evadono, evadono sempre e tu paghi. Paghi. Le lobby impongono la loro
volontà. I tassisti sono più potenti della BCE e dell'FMI, il tassametro
impedisce il pareggio di bilancio. L'odio sociale è lo strumento
preferito dei politici. Più ci odiamo, più si sentono al sicuro. E' la
vecchia tecnica del "divide et impera". I politici che hanno portato il
Paese alla catastrofe economica si stanno defilando e per nascondersi
meglio creano ogni giorno nuovi bersagli sociali. GLI EVASORI, LE LOBBY,
I CORRUTTORI, I LAVORATORI AUTONOMI, I DIPENDENTI PUBBLICI, GLI
EXTRACOMUNITARI. I partiti hanno mangiato e bevuto fino ad ora, e
continuano a farlo con i finanziamenti pubblici e i vitalizi, ma il
conto lo vogliono lasciare agli altri. Non si fa così. Prima si spiega
alla Nazione dove sono finiti i 1900 miliardi di euro di debito
contratti a nome nostro, quali benefici ne abbiamo avuto noi e quali
loro. E' necessaria una Norimberga pubblica della classe politica con un
calcio in culo al posto delle forche. Loro non si arrenderanno mai (ma
gli conviene?). Noi neppure.
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MASSIMILIANO FUKSAS - L’ESPRESSO, 8 marzo 2007
- UNA FORESTA PER OGNI METROPOLI
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Nelle ultime due settimane ho viaggiato per
quattro continenti. Il quadro che si è presentato ai miei occhi è per lo
più simile. Le differenze vertono soltanto sui livelli di accelerazione
dello sviluppo e della fame di territori che le grandi società
immobiliari hanno. Né confini, né dimensioni, né condizioni climatiche e
neppure le tipologie sembrano rallentare il fenomeno. Costante di tutte
le realtà è il traffico che sembra non arrestarsi mai, neppure nelle ore
notturne. Traffico di automobili che cresce in modo esponenziale
rispetto ai piccoli tentativi che si avvertono di progettare grandi
sistemi di mobilità pubblica. Un esempio: Las Vegas si avvia a divenire
una città di 4 milioni di abitanti. Non più soltanto luogo per i patiti
del gioco, ma una città con servizi, università, ospedali e con tutto
quello che la fa chiamare oggi metropoli. Non è più soltanto la strip,
quello che negli anni '60 Robert Venturi identificava per "Learning from
Las Vegas", ma è una città che vive di giorno e di notte. Las Vegas
estende i suoi confini conquistando porzioni del deserto, mettendo a
rischio le falde acquifere che sono state all'origine della sua
esistenza e guardando per i prossimi anni alla risorsa del fiume
Colorado. I sobborghi diventano magma indescrivibile di case
unifamiliari. La possibilità di spostamento è affidata prevalentemente
alle automobili. La dimensione degli alberghi va dalle 2.500 camere alle
4.500. Dalle torri sempre più alte si domina un luogo costruito al
centro del nulla, un deserto esteso in ogni direzione. Si fanno sempre
più richiami all'utilizzo migliore dell'energia, specialmente per quanto
concerne i sistemi di aria condizionata, la scelta di materiali non
inquinanti e riciclabili. Ma c'è ben poco da stare allegri. Per
migliorare le condizioni generali bisognerebbe arrestare un intero
pianeta e far fare agli altri quello che noi europei e americani non
abbiamo fatto. Non tagliare foreste che noi abbiamo tagliato. Costruire
una rete efficiente di mezzi pubblici. Usare il patrimonio già
costruito. Usare prevalentemente mezzi pubblici. Non essere
politicamente litigiosi e costruire un grande sistema ad alta velocità.
Costruire metropolitane e piantare foreste.
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FRANCO LA CECLA - REPUBBLICA, 8
settembre 2009 - CLACSON,
SEMAFORI E SGOMMATE COSÌ VIVIAMO IN UN CAMPO DA RUGBY
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Il traffico, le auto, gli
scappamenti delle vetture, le strisce pedonali, i semafori, le
accelerate nei viali, le frenate improvvise, le derapate, i rumori,
tutto questo è diventato a tal punto il nostro paesaggio quotidiano che
non ci accorgiamo più di tollerarlo, di farne parte, di contribuire ad
esso quotidianamente. Fin quando arriva l' incidente, l' incosciente, il
pazzo, l' ubriaco, quello senza patente e allora finalmente questo
sistema trova dei responsabili, condanna i giovani perché guidano in
stato di ebbrezza, dichiara che ci vorrebbero più controlli, più
palloncini, più severità. Il traffico è diventato un nostro modo di
vivere, c' è un traffico che si comporta in un modo particolare a
Napoli, a Palermo, a Roma e a Milano. Ci sono regole di precedenza non
dette, abitudini inveterate come quella di camminare al centro della
strada per impedire alle altre auto di superare. Nell' insieme viviamo
in culture del traffico che sono date per scontate, che ci sembrano
normali, routine, parte della furbizia del saper vivere quotidiano. Il
traffico è un sistema di competizione, non di solidarietà. C' è un bene
scarso, lo spazio delle strade e della città e uno cerca di svicolarvi
dentro prima degli altri, di trovare un buco per posteggiare, di
"sopravvivere" al sistema che alimenta. L' automobile è la soluzione
individualista ad un problema mal posto. Il problema è che la città non
è uno spazio della mobilità, ma è uno spazio della convivenza. Le strade
non sono fatte per essere percorse velocemente in macchina, ma per
incontrarsi, per discutere, per innamorarsi, per fare la democrazia, per
costituire quello di cui è fatta la quotidianità urbana, un misto di
occasioni tra conosciuti e sconosciuti. Quando accade un incidente, c' è
sempre qualcuno che dice: ma dove andava per avere tanta fretta? E viene
dichiarata una grande verità. Il sistema del traffico ci costringe ad
avere mete e a non godere della città, ma a trasformarla in un sistema
di mete, come una partita a rugby o a golf. Mai però che qualcuno metta
davvero in discussione, almeno in Italia, il sistema. Le automobili,
soprattutto quelle private, non hanno alcun senso in città: bisogna
semplicemente proibirle e costringere la gente ad usare altri mezzi,
taxi, autobus, tram, metro, piedi, bici. E' possibile, avviene in molti
posti del mondo e soprattutto è più razionale, economico, serio,
decente. Solo un paese provinciale come il nostro pensa che essere
ricchi significhi essere tamarri e avere una Suv con cui occupare buona
parte di un marciapiede. Conoscete una sola legge comunale anti Suv. Vi
prego, se la conoscete, fatemelo sapere. Chi l' ha fatta rischia più di
chi lotta contro la mafia. L' Italia è il solo paese in cui i familiari
delle vittime della strada non si coalizzano per fare un processo alla
Fiat, la Bmw, la Toyota, il Comune o semplicemente a chi continua a
spingere la gente perché usi la macchina veloce in città. Un mezzo che
va a più di trenta orari in città uccide. Lo dicono le statistiche. Un
morto su tre in Italia come in Spagna è un pedone che sta attraversando
le strisce. A Barcellona addirittura c' è scritto sulle strisce
pedonali. L' Italia è l' unico paese in cui il progresso urbano è ancora
calcolato in numero di automobili ed in cui ci si sente così strani ad
andare in giro per le "isole" pedonali. La stessa parola lo dice,
"isole", come se appunto per il resto bisognasse essere trascinati dal
mare in piena dei gas, dei rumori, delle lamiere, delle ruote. Il mix
chimico e fisico prodotto dall' inquinamento automobilistico è il più
micidiale che esiste perché continua a produrre sostanze nuove. Allora è
un po' ridicolo fare la lotta contro il cancro o l' alzheimer e poi non
accorgersi dell' inferno in cui viviamo. Perché non ce ne accorgiamo?
Per lo stesso motivo spiegato dalla barzelletta sui pesci. Un pesce
anziano incontra due pesci giovani e dice loro "Com' è l' acqua?" I
pesci giovani si guardano stupiti e dicono "Cos' è l' acqua?"
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ANTONIO CIANCIULLO - REPUBBLICA - 22 ottobre 2010 - IL TRASPORTO
PUBBLICO È ALL’ANNO ZERO DI FRONTE AL DRAMMMATICO PROBLEMA DI UN PAESE
SEMPRE PIÙ CONGESTIONATO DAL TRAFFICO
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L’automobile, da sola, è responsabile del 14 per cento delle emissioni
serra in Europa (il 12 per cento a livello globale). Sommando gli altri
sistemi di trasporto, si arriva a un quarto del totale. Sembrerebbe
ovvio che, a fronte degli impegni di riduzione delle emissioni di
anidride carbonica, si vada a un riequilibrio del settore che premi i
sistemi più efficienti, cioè quelli che inquinano meno: ferro e
trasporto via mare. Ma al momento i numeri mostrano che si viaggia
nell’altra direzione. In particolare in Italia. Partiamo dal settore che
è meno spesso al centro delle polemiche ma che risulta determinante per
l’andamento complessivo: le merci. Rispetto al 1990, anno di riferimento
per avere un punto di paragone su cui misurare il taglio dei gas serra,
la situazione è peggiorata dal punto di vista dell’equilibrio tra le
varie modalità. Nel 1990 in Italia viaggiava su gomma, cioè utilizzava
il sistema più inquinante, il 70,3 per cento delle merci, nel 2008,
invece di scendere, siamo saliti al 71,9 per cento (anche se c’è un
miglioramento rispetto al picco del 75,9 per cento del 2000). Negli
stessi anni il trasporto su ferro è sceso dall’11,3 per cento al 9,8 per
cento, mentre quello via acqua restava sostanzialmente fermo (dal 18,4
al 18,3 per cento). Non va meglio se si guarda al trasporto delle
persone: nel 2007 le ferrovie italiane potevano contare solo su 50
miliardi di passeggeri a chilometro, contro i 79 miliardi della
Germania, gli 80 della Francia, i 345 dell’Unione europea a l5. Più o
meno lo stesso quadro si ottiene passando dal trasporto su grandi
distanze al trasporto urbano. In Italia ci sono 6 miliardi di passeggeri
a chilometro contro i 10 del Regno Unito, i 13 della Francia, i 16 della
Germania, i 63 dell’Europa a 15. Pochi? Non c’è da stupirsi se si pensa
che tra il 1970 e il 2007 il sistema italiano delle tranvie è sceso dai
665 ai 455 chilometri, mentre quello delle metropolitane, pur
quintuplicando la sua estensione, si ferma a quota 145, molto meno della
rete metropolitana di una grande capitale come Londra o Parigi. L’altra
faccia di questa situazione è la crescita abnorme del numero di auto.
Nel 1991 in Italia eravamo a 501 automobili per ogni 1.000 abitanti. Lo
smog era già un problema molto grave e gli urbanisti avevano avvertito:
macchine più pulite non bastano, bisogna rilanciare il trasporto
pubblico. Mentre gran di città del centro Europa (da Zurigo a Stoccolma,
da Friburgo a Copenaghen) seguivano questi suggerimenti e allentavano la
morsa degli ingorghi, nei nostri centri urbani il nodo del traffico
continuava a stringersi. Nel 2006 si amo arrivati a 598 macchine ogni
1.000 abitanti. Peggio di noi solo Stati Uniti (760), Lussemburgo (659),
Malesia (640) e Australia (610). La media dei ventisette paesi
dell’Unione si attesta a quota 463. Non va meglio nelle città. A New
York ci sono 20 macchine ogni 100 abitanti, a Copenaghen 27, a Madrid
32, a Berlino 35, a Londra 36, a Los Angeles 57, a Milano 63,a Roma
76.E’una bulimia di possesso che paghiamo cara anche in termini di
spazio oltre che di salute. La Legambiente ha calcolato la superficie
occupata dalle 820 mila auto dei milanesi e dalle 800 mila auto dei
pendolari: sono 16 milioni di metri quadrati. L’equivalente di 2.250
campi di calcio: il 10 per cento del territorio cittadino sacrificato a
un oggetto che resta inutilizzato per la maggior parte del tempo. Sarà
per questo che, secondo una ricerca realizzata da IBM nel giugno scorso
sui problemi degli automobilisti pendolari e la correlazione tra
traffico e stili di vita, su un campione di 8192 automobilisti in 20 tra
le più importanti città a livello mondiale, è emersa una percezione
generalizzata (49 per cento globale) del peggioramento del traffico
negli ultimi 3 anni. Tuttavia migliorare non è impossibile: lo dimostra
quello che succede a Stoccolma, Londra, New York e Los Angeles. Perfino
a Pechino, assediata dal boom delle nuove auto (più 23,8 per cento nei
primi 4 mesi del 2010) la situazione viene percepita in miglioramento
grazie agli investimenti che stanno rafforzando il servizio pubblico e
porteranno a raddoppiare entro il 2015 la rete metropolitana. A
Stoccolma solo il 14 percento degli automobilisti intervistati afferma
che il traffico stradale ha influito negativamente sulle prestazioni
lavorative o scolastiche contro una media globale del 29 per cento. Per
quanto riguarda Milano (l’unica città italiana nel gruppo), il 41 per
cento degli intervistati dice che il traffico è un problema serio e
quasi il 60 per cento dei pendolari sostiene che la situazione è
peggiorata negli ultimi tre anni. Per due milanesi su tre il traffico ha
un’influenza negativa sulla propria salute; è la percentuale più alta
tra le città dell’Unione Europea incluse nel sondaggio. Del resto in
buona parte delle città italiane si va spesso più lenti di una bici e
per chi prende il mezzo pubblico la velocità quasi si dimezza: 12
chilometri all’ora a Roma, 15 a Genova. Un disastro che, come spiega
Marcello Panettoni, presidente di Asstra, l’associazione delle aziende
di trasporto pubblico locale, ha ragioni molto precise: «A Vienna ci
sono 600 chilometri di corsie preferenziali e i mezzi pubblici viaggiano
a 20 all’ora. A Roma ti sono 109 chilometri di corsie preferenziali e i
mezzi pubblici viaggiano a 12 all’ora. Serve un’altra prova? Prendiamo
l’uso dei mezzi pubblici nel 2009: complessivamente è sceso del 5 per
cento,ma nelle tratte protette non c’è stata flessione e spesso si è
registrato un aumento. La terapia anti ingorghi è semplice: dare
ossigeno ai mezzi pubblici. Peccato che in Italia si faccia il
contrario. Nelle ultime due finanziarie non c’è stato un euro sugli
investimenti». Risanare il sistema a livello nazionale comporterebbe un
investimento annuale di un miliardo di euro. Ma eviterebbe spese da
congestione calcolate in 10 miliardi di euro solo nelle principali
città. In Italia, secondo l’Aci, il disastro traffico costa 30 miliardi
all’anno in termini di ore di lavoro perse, ricoveri ospedalieri,
turisti in fuga, investimenti persi, danni al patrimonio artistico. E a
livello europeo l’Oms calcola che il traffico uccide ogni anno 100 mila
persone e ne ferisce 2,4 milioni, mentre l’inquinamento dell’aria
toglie, in media, 9 mesi di vita a ogni abitante dell’Europa a 25.
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FEDERICO RAMPINI - LA REPUBBLICA D
- 30 luglio 2011 - SCENE DI ILLEGALITÀ ITALIANA, SUI TRENI DEGLI
IMMIGRATI SENZA BIGLIETTO. NEGLI USA NON POTREBBE MAI ACCADERE
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Un passeggero non ha il biglietto. Sorride, tra lo scherzoso e lo
scherno. Allarga le braccia, come a dire: che volete farci? Un
secondo viaggiatore è sprovvisto del titolo di viaggio. Poi un
terzo. Tutti nello stesso vagone ferroviario, affollato di utenti
che stanno viaggiando a sbafo, accanto ad altri che invece il
biglietto ce l'hanno e osservano la scena indifferenti, si direbbe
per assuefazione. Abituato dev'esserlo anche il controllore. Non
perde la pazienza, non diventa aggressivo. Mi sembra rassegnato, e
anche un po' esausto, mentre a ogni passeggero abusivo ripete le
dichiarazioni di rito: esige un pagamento che non avverrà, chiede un
documento che non viene esibito, annuncia multe improbabili. Offre
uno spettacolo d'impotenza, in questa sua guerra quotidiana contro
la micro-illegalità. S'innervosisce solo quando incappa in un
passeggero turbolento: scoperto in flagrante infrazione, quello
diventa minaccioso, arrogante, vuole intimidire il controllore. Di
fronte al pericolo, viene allertata la polizia ferroviaria della
stazione più vicina. Dalla conversazione che l'addetto ha al
telefonino capisco che la risposta è deludente. Anche la polizia dev'essere
vittima di tagli di organico, gli dicono che la prossima stazione è
sguarnita, forse un agente potrà salire sul treno a quella ancora
dopo, altrimenti il controllore deve arrangiarsi da solo. Questa
scena, con piccole varianti, l'ho vissuta in due viaggi recenti.
Lontano dalla mia New York, in vacanza in Italia. Non ero sul mitico
Frecciarossa. Una volta su un Intercity Genova-Milano all'altezza di
Tortona (la stazione senza agenti Polfer disponibili in quel
momento), un'altra volta su un regionale tra Milano Lambrate e
Verona. Lo so che non è politically correct, ma uso lo stesso questa
trasparenza: i passeggeri senza biglietto in quei due casi erano
tutti stranieri, immigrati extracomunitari. Così numerosi da esser
quasi maggioranza. Alcuni strafottenti nella loro illegalità: quando
l'infrazione diventa di massa, ed è abitudine quotidiana, l'impunità
è quasi certa. L'uomo in divisa - in un caso una donna-controllore -
non era uno "sbirro". Non era un aguzzino intento a trattare male
profughi o altri disperati. Era un impiegato che fa il suo dovere,
un mestiere non tanto frequente in Italia: far rispettare le regole.
Era sopraffatto, di fronte a un compito superiore alle sue forze. Si
capiva dall'atteggiamento, che quella battaglia contro i viaggiatori
senza biglietto lui o lei l'avevano condotta già tante altre volte,
uscendone sconfitti e anche offesi. Chi l'ha fatta franca, diventa
beffardo. E il paesaggio umano di quei viaggiatori senza biglietto
non era proprio una rappresentazione della miseria: forse tra loro
c'erano anche ladri o prostitute (così mi hanno detto gli addetti
alle ferrovie che li incontrano quotidianamente), comunque nessuno
mi è parso davvero indigente. L'umiliazione evidente in quei
controllori di Trenitalia, era intuibile anche tra alcuni
viaggiatori. C'era chi fissava un giornale, chi fuori dal
finestrino, fingendo di non vedere: anche loro beffati, perché i
loro biglietti o le loro tasse "sovvenzionano" i viaggiatori
abusivi. Ho provato a immaginarmi una scena simile nella mia New
York. Impossibile. Un solo viaggiatore senza biglietto che rifiuti
di pagare la multa al controllore farebbe scattare reazioni
poderose. La polizia arriverebbe in forze, armata fino ai denti.
L'umiliazione la soffrirebbe l'abusivo. Che non finirebbe il viaggio
su quel treno, e sarebbe in manette prima di arrivare a
destinazione. Meglio gli Usa o l'Italia? Questo dilemma appare in
una luce diversa a seconda dello status sociale. Se appartieni
all'Italia privilegiata non prendi i treni dei pendolari e non vivi
a contatto con queste scene. La paura dell'immigrazione si diffonde
sempre più tra i ceti sociali meno abbienti, e una ragione c'è. Non
è solo la presunta concorrenza che gli immigrati fanno agli italiani
meno qualificati: questo, lo sappiamo, spesso è uno spauracchio
virtuale (tanti mestieri, gli italiani non li vogliono più fare,
comunque). Molto più reale è lo spettacolo dell'illegalità, che
rende insicuri. Chi vive a fianco degli immigrati, quello spettacolo
lo vede da vicino. è un'illegalità che viene incoraggiata dal fatto
che l'Italia stessa è un paese con un basso rispetto delle regole.
Guarda caso, negli Stati Uniti l'immigrazione non viene vissuta come
una fonte d'insicurezza. Perché non lo è. In dieci anni New York ha
assorbito ben 700mila nuovi immigrati. E gli indici della
criminalità sono ai minimi storici.
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